domenica 31 marzo 2013

Evo forever ?


N.B. Articolo scritto nella citta' di Potosi in data 17/03/13.

Si batte la mano destra sul cuore Evo, a simboleggiare il posto che occupa dentro di lui la Bolivia, e con la sinistra chiusa a pugno saluta la folla che lo acclama. Il sorriso smagliante abbraccia la gente riunita ad attendere il suo discorso per l’inaugurazione dell’aeroporto internazionale di Oruro, nella regione dell’Altipiano dello Stato andino. Evo indossa un completo scuro, e per una volta ha abbandonato la chompa, ovvero il golf a righe che richiama l’abbigliamento degli agricoltori boliviani e che usa abitualmente sfoggiare anche nelle occasioni ufficiali per sottolineare la sua appartenenza al popolo

President of Bolivia Evo Morles Aymara wearing the iconic 'chompa' - picture taken from http://boliviaexigesumar.blogspot.com/2010/08/donde-hay-bases-militares-no-se.html

Evo’ è il presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia Juan Evo Morales Ayma, ma tutti lo chiamano con il solo nome di battesimo, da quando gli efficaci esperti della sua campagna elettorale ne hanno diffuso l’immagine di politico compañero e uomo della porta accanto. Ex cocalero, ovvero coltivatore della pianta medicinale della coca tanto invisa agli Stati Uniti, e primo capo di Stato indigeno della storia boliviana, Morales è entrato in carica nel 2006 grazie ai voti dei campesinos, i lavoratori della terra di origine quechua e aymara. Nel 2009 è stato rieletto trionfalmente alla presidenza con il 67 per cento dei consensi, dopo aver promosso con successo una riforma della Costituzione in senso socialista e indigenista. 

Evo ha voluto la creazione dell’ aeroporto, costato 19 milioni di dollari, per dare nuovo slancio commerciale alla depressa zona mineraria di Oruro, di cui egli stesso è originario. “Per il nostro dipartimento è un giorno storico”, dichiara Evo alla folla festante, “e questa grande opera dimostra l’appoggio del governo allo sviluppo agricolo della regione". Tutt’intorno, si stagliano grandi cartelli pubblicitari che sciorinano le cifre del benessere economico che dovrebbe produrre l’aeroporto e declamano “Bolivia Cambia, Evo Cumple”, traducibile con “La Bolivia cambia, Morales mantiene le promesse”, magnificando il grande programma di investimenti che il presidente ha inaugurato per accelerare lo sviluppo del Paese. 

Tuttavia, poco lontano dal luogo delle celebrazioni infuria la polemica. Diverse organizzazioni cittadine, come il Comité Civico, contestano la decisione del governo di intitolare l’aeroporto a Morales stesso. “Si tratta dell’ennesima riprova che in Bolivia il governo propaganda un vero culto della personalità del presidente”, dice Armando Zaballos, un commerciante di libri 35enne. “Da quando Morales è stato rieletto, è cominciata una impressionante stagione di abusi da parte del governo e specialmente da parte del capo di Stato, che soffre evidentemente di manie di grandezza”.
La polemica sul nome dell’aeroporto di Oruro non è un episodio estemporaneo nell’attuale panorama politico boliviano. Una forte contestazione nei confronti del presidente impazza da quando il suo portavoce ha reso nota l’intenzione di Morales di presentarsi alle elezioni presidenziali una terza volta, nonostante la Costituzione limiti a due mandati la carica del capo di Stato. Il 20 febbraio scorso il Governo ha presentato al Tribunale Costituzionale un progetto di “Legge di Applicazione Nazionale”, che in caso di approvazione da parte dei giudici permetterebbe a Morales di competere alla consulta elettorale del 2015. 

“In Bolivia è sempre difficile stabilire cosa è legale e cose non lo è, perché tutto cambia piuttosto rapidamente” dice Israel Angus, una giovane guida turistica che parla spagnolo, quechua e giapponese e che ha votato Morales alle ultime due elezioni. “Prima il presidente della Bolivia era Gonzalo Sanchez, e Morales era considerato un terrorista, un indio indegno di far parte del Congresso”, continua Angus, “ora il Presidente è Morales, Gonzalo Sanchez è inseguito da un mandato di estradizione nella sua casa negli Stati Uniti e Evo vuole cambiare di nuovo la Costituzione. Tutte le decisioni nel mio Paese si giudicano a posteriori, ma secondo me stavolta Morales ha esagerato. Potrà pure vincere, ma di sicuro non avrà il mio voto”. 
 “Le politiche di Morales stanno assumendo contorni sempre più populistici”, dice Alejandro Ormeño, avvocato che lavora nel campo dei diritti civili, “e l’intera campagna Evo Cumple non è che una gigantesca macchina elettorale i cui risultati pratici si contano sulle dita di una mano. In realtà, il Governo sta spendendo una quantità impressionante di denaro pubblico in imprese che hanno il fine ultimo di garantire la rielezione del presidente”.

Nonostante la contestazione, il presidente non si scompone e tira dritto per la sua strada, forte di un largo consenso tra le fasce più umili della popolazione. Juan Carlos Medina, uno degli animatori del celebre Carnevale di Oruro, del tipico elettore di Evo possiede il colore della pelle ma non lo status sociale, eppure difende con fervore l’operato del capo di Stato: “La verità è che la Bolivia è ed è sempre stato un Paese razzista, e il personaggio-Morales da fastidio a tutta quell’intellighenzia bianca di origine europea che non si risolve ad accettare un presidente indigeno che ha tagliato i ponti con i privilegi di classe e con gli appalti alle multinazionali che hanno caratterizzato la storia della Bolivia fino a qualche anno fa”.
Secondo Medina “la grande maggioranza del popolo chiede la riconferma di Morales, ed è proprio ciò che accadrà, nel rispetto della legge, se il Tribunale costituzionale darà il suo parere favorevole. Altri cinque anni di governo sono indispensabili per compiere quella rivoluzione sociale che è iniziata più di dieci anni fa, e che Evo conduce dal 2006”. 

Anche la comunità internazionale starebbe sanzionando favorevolmente l’operato del presidente boliviano, nelle parole di Medina: “E’ un fatto che la Fao, l’agenzia dell’Onu che si occupa del problema del nutrimento nel mondo, abbia scelto Evo Morales come ambasciatore della quinoa, il cereale che potrebbe costituire una risorsa importantissima nella lotta contro la fame del mondo. Tutto ciò dimostra come l’impegno del presidente in favore delle fasce più svantaggiate della popolazione, in Bolivia e ovunque, non passi inosservato agli occhi dell’opinione pubblica mondiale”. 

Il Tribunale costituzionale esprimerà tra due mesi il suo verdetto sulla rieleggibilità del presidente Morales, e allora le parole lasceranno spazio ai fatti. La Bolivia aspetta, e nel frattempo spera che Evo “mantenga le promesse”.

sabato 23 marzo 2013

Inca Roads


Siamo ormai in viaggio da un po' di tempo, e oggi ci sembra giunto il momento di scrivere un articolo sull'Impero Inca, che ha dominato per un secolo - tra il 1438 e il 1533 - le terre che stiamo visitando, e ha lasciato un'impronta riconoscibile nella mentalità e negli usi della gente, a dispetto della colonizzazione duratura e brutale portata in dote dagli Spagnoli.

The flag of ancient Tawantisuyu, taken from http://www.crwflags.com/fotw/flags/xi.html

In particolare, ciò che vorremmo trattare in questo post è l'organizzazione sociale del Tawantisuyu, che presenta delle caratteristiche tanto peculiari quanto affascinanti. In effetti, i popoli di lingua quechua, e in particolare la Bolivia sotto l'attuale gestione Morales, fanno del ritorno agli antichi splendori dell'era incaica un tema ricorrente dell'immaginario collettivo e del discorso di politica interna attuale. Nelle parole e nei cuori di moltissimi peruviani e boliviani il sistema incaico è glorificato come un esempio di modo di governo giusto, prospero e multiculturale, opposto allo sfacelo sociale ed economico imposto all'America latina dai conquistadores europei.
La nostra opinione, che abbiamo sviluppato grazie all'esperienza sul campo e sui libri, presenta più sfumature, come approfondiremo nelle righe seguenti.

Prima di cominciare a discutere il tema, dobbiamo però citare almeno le due fonti principali per le nostre riflessioni sull'Impero Inca e sulla differenza tra questo e il regime coloniale que gli succedette, ossia l'incredibile volume "La conquista del Perù", scritto nel 1847 dall' americano W. Prescott, e l'analisi socioeconomica marxista "Le vene aperte dell'America latina", opera 'maledetta' dell'uruguagio Eduardo Galeano, che subì una censura estesa e causò numerose desapariciones tra i suoi lettori clandestini dal 1971 ad oggi. Sono due libri emozionanti e spietati, che non necessitano conoscenze specifiche per essere apprezzati ed amati, perciò procurateveli e date un'occhiata !

L'Impero Incaico, o Tawantisuyu ( = "regno delle quattro regioni", dalla divisione amministrativa dell'impero) dominò la parte centro-occidentale del Sudamerica per un tempo incredibilmente breve, se si pensa alla durata nel tempo dell'Impero Romano o di quello Egizio, e se si considera che in soli 95 anni di splendore fu capace di imporre un'impressionante omogeneità linguistica, religiosa, amministrativa e culturale alle anarchiche popolazioni che abitavano precedentemente il territorio. Eppure, nel tempo di esistenza del Tawantisuyu si ritrovano in nuce tutte le caratteristiche tipiche del ciclo vitale degli imperi millenari: rafforzamento locale nella regione del Cusco, in Perù; espansione militare inarrestabile e sottomissione delle civiltà vicine e lontane; contemporanea assimilazione e integrazione dei popoli conquistati, che potevano conservare alcuni dei tratti identitari delle rispettive culture assumendo però come proprie la lingua, la religione e il sistema amministrativo incaico; declino causato dalle lotte intestine; invasione da parte di forze esterne e perdita definitiva dell'identità originaria.

L'Impero Incaico fu un regime assoluto e totalitario, in un senso più profondo e più permeante di quanto l'Ancien Régime del Re Sole francese o il Terzo Reich hitleriano siano mai riusciti a incarnare. Elemento cardine per capire la struttura del Tawantisuyu è la figura dell'Inca, il monarca e 'padre' dell'Impero. In una società che considerava Inti, il dio Sole, come la più potente, minacciosa e sacra delle divinità (e fino a qui niente di nuovo), l'Inca incarnava l'intichuri, ovvero il figlio diretto del Sole, e come tale riceveva l'adorazione completa e indiscussa dei suoi sudditi. Quest'adorazione non traeva la sua origine dalla paura, come nelle peggiore dittature repressive contemporanee, o nella fascinazione carismatica per un capo che, per quanto investito di doti messianiche, restava pur sempre un uomo, come nel caso del Fuhrer tedesco o del Grande Compagno Stalin. Piuttosto, l'obbedienza totale era il prodotto della convinzione che l'Inca era Dio, e non un suo semplice messaggero, con tutte le conseguenze escatologiche che un tale pensiero poteva scaturire nelle menti e nei cuori della popolazione.

Detto della natura compiutamente assolutista del regime incaico, resta da spiegare il suo carattere totalitario. E' proprio questa, pensiamo, la caratteristica più interessante dell'Impero e che lo differenzia sostanzialmente, ad esempio, dall'Impero Romano. Ogni decisione politica, nel Tawantisuyu, era pensata all'unico scopo di riprodurre e perpetuare la prosperità dell'Inca e del regime creato per lui. L'ordine sociale e la stabilità erano le preoccupazioni uniche del governo. Il libero arbitrio degli uomini non era contemplato, e il governo si preoccupava di scegliere per i sudditi ogni aspetto della loro vita sociale e lavorativa. Il suddito incaico non decideva che lavoro praticare, ma bensì i compiti gli erano assegnati in base al territorio che occupava e alle risorse presenti in loco. Non sceglieva la propria consorte, che gli era invece assegnata dall'élite religiosa in giornate di 'sposalizi di massa', dove la volontà individuale contava ben poco. Non poteva cambiare città o regione secondo a suo piacimento, ma al contrario era soggetto al trasloco forzoso qualora le autorità lo ritenessero opportuno per ragioni demografiche o di ordine pubblico. Nessuna mobilità sociale era permessa, la società era divisa in rigide classi e gli uomini e le donne non avevano alcuna possibilità di terminare la propria esistenza in una posizione migliore di quella in cui l'avevano cominciata. 

Descritto così, l'Impero Incaico sembrerebbe un regime da incubo, dove l'individuo era schiacciato sotto il peso dell'identificazione collettiva di un popolo nel suo dio-monarca. Perché dunque molti delle popolazioni del Sudamerica vagheggiano oggi per un ritorno ai tempi del Tawantisuyu, al punto che il presidente boliviano Evo Morales ha fatto aggiungere alla bandiera nazionale un'altra che richiama direttamente quella dell'Impero Incaico? E' questo vagheggiamento del passato solo una nostalgia del potere, dell'unità e dell'estensione del Tawantisuyu, un po' come accadde con la Oestalgie provata dai popoli ex-sovietici dopo la caduta del Muro, o sono invece determinate caratteristiche dell'organizzazione sociale inca ad essere esaltate e rimpiante dai popoli latinoamericani? 
Noi propendiamo piuttosto per quest'ultima opzione.

Flag of the Plurinational State of Bolivia taken from http://www.rbvex.it/ameripag/bolivia.html

Gli stessi crismi totalitari che rendevano la vita di un uomo comune nel Tawantisuyu un percorso lineare e grigio fino alla morte, erano anche gli strumenti che consentirono la creazione di un sistema di previdenza sociale, fisica, morale ed economica capace di rendere la vita dei sudditi semplice e libera da qualsivoglia preoccupazione. L'ordine e la stabilità, si è detto, erano gli scopi ultimi del regime incaico. Per raggiungere tali obiettivi, l'organizzazione sociale era orchestrata in modo da prevenire ogni possibile rivolta collettiva, e da limitare al massimo lo scontento individuale. Così, se è vero che l'uomo non poteva scegliere il proprio lavoro, è altrettanto vero che era lo Stato stesso a preoccuparsi di trovare un'occupazione per tutti. La disoccupazione non esisteva, ed era anzi combattuta tenacemente come una pericolosa miccia sociale da spegnere nella maniera più risoluta possibile, e nel caso in cui il singolo cadesse in rovina era sempre lo Stato a ricollocarlo sul 'mercato' e a ridargli mezzi di sussistenza e speranza.

Per la stessa ragione, il lavoro di ogni uomo era pensato per conservarlo come suddito fedele e produttore efficace al servizio delle esigenze dell'Inca, e non per ucciderlo di fatica, di malattia o di stenti. Tutti i lavoratori erano sottoposti a ragionevoli turni di servizio, possedevano giorni di riposo ed erano curati a spese dello Stato. Se è vero che non potevano muoversi liberamente e che al contrario  potevano essere spostati arbitrariamente, è anche vero che lo Stato si preoccupava di non traslocare coattamente degli individui abituati al clima andino nella selva amazzonica, e viceversa.
Tutto ciò, ancora una volta, non nell'ottica di una ricerca delle felicità dell'individuo singolo, ma bensì con l'obiettivo di formare un popolo di sudditi obbedienti e performanti. Sebbene il fine non fosse affatto 'democratico' dunque, come diremmo applicando una lente occidentale e contemporanea, gli effetti pratici positivi che si ripercuotevano sugli individui erano comunque considerevoli e la pace sociale una realtà comprovata. E' proprio a questo che si riferiscono gli odierni abitanti dell'ex-Tawantisuyu quando rievocano i fasti del passato. A una comunità politica forte e compatta, con uno straordinario sistema di welfare sociale e economico.

Nella stessa prospettiva, lo Stato incaico fu capace di garantire pace e sicurezza a tutte le popolazioni all'interno dei suoi  vasti confini, ricorrendo all'uso della violenza solo nel momento della conquista di nuovi territori. Al contrario della civiltà Maya, ad esempio, che in Messico imponeva il suo duro dominio attraverso il terrore e la repressione, l'epoca del Tawantisuyu, almeno durante il suo apogeo, si caratterizzò per una sostanziale assenza di tumulti interni che fanno pensare a quella Pax Romana instaurata in Europa durante l'imperio di Augusto. Il trattamento riservato ai popoli assoggettati era infatti di una lungimiranza che sorprende l'osservatore abituato a pensare alla civiltà incaica come a una primitiva società di sanguinari guerrieri. Fatta salva l'imposizione di assumere la lingua quechua come idioma unico per le comunicazioni ufficiale, e di accettare di venerare il Dio Sole come divinità principale del pantheon religioso, i popoli conquistati avevano il diritto di conservare il proprio idioma locale nella vita comune e le loro divinità autoctone trovavano posto accanto a quelle incaiche nei maggiori templi della capitale del Tawantisuyu, Cusco.

La filosofia alla base di quest'atteggiamento degli Inca era, come la riporta lo storico Pedro Cieza de Leon, "non distruggere e non uccidere città e popoli che di lì a poco sarebbero passati a fare parte dell'Impero", e avrebbero dunque costituito importanti basi strategiche e considerevoli forze-lavoro.
L'esempio più lampante della tendenza descritta è quello della popolazione che abitava l'attuale Ecuador, che fu conquistata verso il 1480 ed arrivò a dare al Tawantisuyu il suo ultimo imperatore inca, Atahualpa.

Tracciare un bilancio di una civilizzazione è un'impresa quantomai ardua, tenuto conto delle innumerevoli sfaccettature che ogni cultura presenta e dell'insensatezza di applicare giudizi morali ad epoche storiche differenti da quella contemporanea. Analizzando gli elementi proposti nel corso di questo articolo, però, risulterà evidente la doppia natura dello Stato incaico nei confronti dei suoi sudditi. Da una parte, si trattava di un regime caratterizzato da una burocrazia disarmante, che non lasciava alcun adito alla creatività individuale e all'autorealizzazione personale, e che si prefiggeva un controllo capillare e terribile sulle attività del singolo. Dall'altra parte, l'Impero incaico riuscì a garantire la prosperità e la tranquillità di milioni di sudditi (tra 8 e 30, secondo gli studi) assicurando a tutti o quasi un lavoro, una casa, una consorte e un progetto di vita che liberava l'individuo da qualsiasi angoscia esistenziale.
Se all'uomo occidentale contemporaneo questo tipo di compromesso sociale potrebbe sembrare comunque inaccettabile vista l'importanza attribuita all'idea, spesso effimera, di libero arbitrio, è importante confrontare l'organizzazione sociale sotto l'Impero Incaico con quella imposta successivamente dai colonizzatori spagnoli.

Ogni evidenza mostra che i conquistadores, lungi dall'importare in America latina le idee cristiane di individualità e volontà personale, si limitarono a sovvertire il sistema sociale incaico nel senso che più si confaceva ai loro interessi industriali. Così, per gli indigeni conquistati non si trattò più di avere turni di lavoro giusti ed adatti alle proprie esigenze, ma piuttosto i lavoratori furano sfruttati come bestie, fino alla morte per sfinimento o malattie. Le donne non acquisirono alcuna indipendenza di scelta, e anzi spesso furono ridotte a schiave del piacere di nobiltà e soldataglia spagnola. La proprietà della terra e di tutte le risorse, che nel Tawantisuyu erano considerate un dono della Pachamama, la Madre Terra, alla collettività intera, furono espropriate integralmente dalla Corona spagnola, che non riconosceva alcun diritto di possesso alla popolazione indigena. Un esempio, tragico e sintomatico, è dato dalle miniere d'argento di Potosì, scoperte dall'indigeno Diego Huallpa e subito espropriate dagli Spagnoli che ne fecero la base dell'economia castigliana (ed europea) per più di tre secoli.

Considerato lo sviluppo storico che si produsse nella ex-società incaica dopo la sua conquista da parte spagnola, appare chiaro dunque come la condizione della gente comune peggiorò drasticamente con l'arrivo degli Europei. Le popolazioni originarie non persero solamente i loro diritti e lo stile di vita cui erano abituate, ma con la con la cancellazione della loro identità scomparve anche la dignità di esseri umani.
Ci appare ora più chiaro come molti dei popoli odierni del Sudamerica rimpiangano il sistema sociale creato dagli Inca, per la prosperità che seppe assicurare alle sue genti e per il forte senso di identificazione nazionale che regalò ai suoi sudditi. In un'epoca, come quella contemporanea, di incertezza diffusa, di frammentazione e di tumulto delle comunità nazionali, lo splendore dei tempi del Tawantisuyu continua ad esercitare un fascino irresistibile sulle menti e i cuori degli eredi degli Inca.

sabato 16 marzo 2013

Three Days of the Condor


Arequipa è stata il campobase per il nostro primo trekking nelle Ande.
Luogo prescelto è stato il Canyon del Colca, secondo canyon al mondo per profondità (quasi tre volte più del Grand Canyon negli Stati Uniti!).

Dopo alcune riflessioni circa la maniera di affrontare questa avventura, ci siamo infine risolti per svolgere il trekking in maniera completamente indipendente, senza affidarci a guide o agenzie di sorta.

A conti fatti, è stata una scelta estremamente azzeccata, sia per il risparmio considerevole che ha comportato, sia soprattutto perché andare da soli ci ha permesso di fare alcuni incontri fantastici, e ci ha lasciato tutta la libertà che abbiamo voluto concederci tra i monti. Nostro fedele compagno di viaggio, e in molti casi guida artigianale, è stato Mauricio, un chico chileno che abbiamo conosciuto a casa di David, il nostro ospite ad Arequipa.

Il primo giorno, dopo un terribile viaggio di sei ore in autobus su strade a dir poco scalcinate, siamo arrivati al paesino rurale di Cabanaconde
Sotto una pioggia monsonica abbiamo inforcato un sentiero in discesa harta, estremamente ripida, mentre calava la notte e quasi non riuscivamo a vedere dove mettevamo i piedi.
Dopo cinque ore di camminata, però, tutti i nostri sforzi sono stati ricompensati.. in un declivio del canyon sorge un'incredibile oasi con qualche capanna attrezzata per passare la notte, e soprattutto una piscina di acque calde termali nella quale ci siamo buttati, sfidando il buio più totale e il freddo esterno ! Le foto qui sotto sono state scattate il mattino seguente, ma vi assicuriamo che il bagno di notte e l'ottima cena susseguente offertaci da Pablito, il proprietario dell'oasi, restano scolpite nella nostra memoria più di qualsiasi immagine di celluloide.

Some steep downhill in the Colca Canyon - click on the picture to see the entire photogallery

Il secondo giorno nel canyon è stato uno delle esperienze più entusiasmanti fatte finora. La fortuna ha voluto che durante il nostro soggiorno in tutti i villaggi del canyon si celebrasse la Candelaria, o Festa della Vergine. Appena arrivati nel pueblito di Malata siamo stati letteralmente invasi dal calore della gente, che si faceva un onore di ospitare dei 'gringos' che parlano spagnolo nel loro villaggio.. incredibili questi peruviani! L'onore è stato veramente nostro, perché abbiamo passato una giornata splendida che è cominciata con decine di birre offerteci dai paesani, è continuata con la sfilata della statua della Vergine per le due vie del centro, ed è culminata con delle ipnotiche danze tradizionali che ci hanno trasportato in un'altra epoca, ai tempi in cui nessuna Vergine era venerata nel canyon, ma bensì erano la Pachamama e il dio Sole Inti a raccogliere il rispetto e la venerazione degli abitanti.

Più passa il tempo e più ci accorgiamo che qui in Perù la Storia ha prodotto un singolare sincretismo culturale e religioso di costumi e credenze, come hanno contribuito a spiegarci gli amici di Malata. Pepe, Vicente e tutti gli altri abitanti del villaggio hanno partecipato infatti con lo stesso fervore alla messa in onore della santa e ai balli baccanali che sono venuti dopo, senza che ciò creasse alcuna contraddizione nei loro spiriti. Per noi è stata un'esperienza unica assistere allo spettacolo di questi uomini e donne forgiati dalla montagna e dalla roccia, che si producevano in sentiti rosari nella chiesa salvo poi devolvere offerte alla Madre Terra e scatenarsi in frenetici balli che, per movenze, ci hanno davvero fatto pensare alle danze indigene dei tempi degli Inca.

People crazy dancing at the Festa de la Candelaria in Malata, Colca Canyon - click on the picture to see the entire  photogallery 

Nel pomeriggio abbiamo lasciato Malata cotti dal sole e dalla birra, e ci siamo incamminati alla volta di un altro paesino in mezzo ai monti. Purtroppo ci siamo miseramente perduti, e alle cinque del pomeriggio, con il sole che calava minaccioso dietro le montagne, ci siamo resi conto che il sentiero intrapreso non ci avrebbe portato da nessuna parte. La fatica crescente provata da tutti e lo spettro di passare la notte al freddo in mezzo al canyon popolato dai coyote (ehm... vabbé, non proprio, ma ci siamo capiti !) si stavano facendo sempre più minacciosi, e quando abbiamo ripercorso a ritroso il cammino fino a Malata eravamo scoraggiati e pronti ad arrenderci all'evidenza di aver buttato una mezza giornata di trekking.

Ed è lì che il nostro amico Mauricio si è dimostrato un vero montanaro, incoraggiandoci e spronandoci a prendere un altro cammino e a tentare comunque di arrivare a destinazione. E' stata una scelta difficile e piuttosto rischiosa, ma infine abbiamo deciso di seguirlo e siamo partiti alla garibaldina alla volta del piccolo paesino di San Juan. Con nostra stessa meraviglia, una volta imboccata la giusta direzione e con il tipico passo da sherpa di chi sente la paura addosso, siamo riusciti a raggiungere il rifugio proprio quando ormai la notte ci circondava, proprio come il giorno precedente !

Il terzo giorno è stato il più duro di tutti, perché abbiamo dovuto scalare la montagna che avevamo disceso durante i primi due giorni. Siamo partiti alle cinque della mattinata, e una camminata difficile e splendida ci ha portato dopo dieci ore in vetta al canyon, a Cruz del Condor, un belvedere dove ci avevano avvisato che era possibile avvistare questi splendidi rapaci.

Majestic condor-action in Cruz del Condor, Colca Canyon - click on the picture to see the entire photogallery

Ora, in un mirador chiamato Cruz del Condor ci si aspetterebbe effettivamente di vedere dei condor, però i commenti delusi da parte di alcuni viaggiatori incontrati durante il cammino ci avevano un po' demoralizzati. A quanto pare infatti, questi animali si fanno vivi sempre più di rado, disturbati dall'inquinamento e dal rumore  prodotto dagli esseri umani.

Eppure, la buonasorte che ci ha accompagnato costantemente finora non ci ha abbandonato in questo momento. Abbiamo infatti potuto ammirare una dozzina di questi magnifici e orgogliosi rapaci svolazzarci sulle capocce, a pochi metri da noi. 
Abbiamo così capito perché il Condor è l'animale simbolo dell'America latina, ed era adorato come una divinità dagli Inca. Fierezza, possenza, eleganza e dominio sono solo alcuni dei sentimenti evocati dal planare di questo re dei cieli, che sfrutta le correnti ascensionali per librarsi nell'aria senza quasi sbattere le ali, e che non emette suoni se non per richiamare l'attenzione dei suoi simili una volta avvistata una preda... Onore a te, fratello condor !

Ed è così che abbiamo concluso questa tre giorni da favola nel canyon, che ha avuto come eccellente appendice un'ultima giornata passata nelle terme di Yanque, un avamposto incaico situato all'ingresso - per noi, all'uscita - del Canyon del Colca.

Speaking from Cruz del Condor, Colca Canyon - the video is cut short, but you get it! (English)

Che bomba ragazzi !

giovedì 14 marzo 2013

Woman


N.B. Articolo scritto in data 15/02/03 nella città di Sucre, Bolivia

Late Bolivian journalist Hanali Huaycho - picture taken from http://www.noticiasfides.com/g/sociedad/periodista-de-la-red-pat-fue-violentamente-asesinada--9711/

Hanalì Huaycho è morta di una morte bruttissima, come lo sono tutte quelle che avvengono tra le mura domestiche. Peggiore delle altre, forse, perché si è consumata di fronte agli occhi del bimbo di cinque anni che Hanalì e il marito omicida avevano messo al mondo insieme. Quindici coltellate, in faccia, sulle braccia, al ventre, una furia cieca di cui sono ancora sconosciuti i motivi. Una lite domestica, riportano i giornali locali di La Paz, forse troppo alcool nelle viscere dell’uomo, ma chi possiede qualche rudimento di psicologia criminale non potrà non scorgere nel gesto assassino la volontà di rimettere al suo posto una moglie disobbediente.

Hanalì aveva 35 anni ed era giornalista del canale televisivo boliviano PAT, un volto conosciuto e amato dalla gente per la maniera chiara e pacata di spiegare le notizie e per quegli occhi neri grandi e sorridenti che infondevano sicurezza. Amici e parenti dicono che il marito della donna aveva un lungo stuolo di precedenti per violenza familiare alle spalle. Dopo l’assassinio, l’omicida, Jorge Raúl Clavijo Ovand, si è reso irreperibile dandosi alla fuga con la sua automobile.
Ma l’assassinio di Hanalì Huaycho si differenzia dai tanti episodi morbosi di cronaca nera familiare che vengono riportati dai media di tutto il mondo per almeno due caratteristiche singolari.

Innanzitutto, l’episodio è avvenuto in un Paese, la Bolivia, letteralmente martoriato dalla violenza degli uomini sulle donne. Nel solo anno 2012, secondo i dati forniti dalle autorità boliviane, sono stati 120 i femminicidi commessi nel Paese andino, per un agghiacciante numero di 0 condanne emesse. La morte di un personaggio pubblico come Hanalì è stata però la goccia che ha fatto traboccare il vaso e suscitato lo scandalo e la mobilitazione delle organizzazioni femministe.

Più di mille donne hanno significativamente sfilato il giorno di San Valentino per le strade di El Alto, il borgo di La Paz dove si è consumato l’omicidio, chiedendo giustizia per Hanalì e tutte le sue sorelle morte per mano di quegli uomini che avrebbero dovuto amarle e proteggerle. “La società boliviana è ancora profondamente machista e una larga fascia della popolazione reputa perfettamente normale che anche in famiglia si applichi la legge del più forte”, dice Valeria Cespina, una studentessa che ha partecipato alla manifestazione.

In secondo luogo, l’autore dell’omicidio di Hanalì è un tenente di polizia, fatto che aggiunge benzina sul fuoco in uno Stato dove la corruzione e l’impunità delle forze dell’ordine costituiscono uno dei problemi più sentiti dalla popolazione. Proprio i dubbi su una possibile copertura del colpevole da parte delle autorità boliviane ha suscitato un ulteriore contestazione da parte dell’opinione pubblica, tanto da indurre l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani a pubblicare un duro comunicato di condanna dell’accaduto.

L’Onu, oltre ad esprimere una “profonda preoccupazione” riguardo alle ultime notizie di violenza sulle donne in Bolivia e a “manifestare la sua solidarietà” alle famiglie delle vittime, dichiara che “in conformità con il suo mandato di controllo sulla situazione dei diritti umani, darà seguito alle investigazioni realizzate nell’ambito del processo penale sul caso dell’assassinio della giornalista Hanalì Huaycho, e sugli altri casi di femminicidio registrati (in Bolivia, n.d.r.) negli ultimi anni”.

Nel contempo, le Nazioni Unite esortano la società boliviana a mobilitarsi per “sradicare la misoginìa manifestata attraverso delle azioni che frenano i diritti e le opportunità delle donne di condurre una vita piena, senza alcuna discriminazione”. Il comunicato dell’Onu termina con un’esortazione al governo boliviano ad “accelerare la regolamentazione della legge contro le molestie e la violenza politica e la legge contra la tratta e il traffico di esseri umani”. 

Resta da appurare chi si occuperà di applicare la suddetta legge, poiché come dimostra il caso di Hanalì Huaycho, polizia ed autorità non sono esenti dal perpetrare o tollerare violenze ed abusi nei confronti delle donne.

sabato 2 marzo 2013

White Cliffs of Arequipa


Da Paracas ci siamo imbarcati in un lungo viaggio notturno in autobus che ci ha portato fino ad Arequipa, la splendida capitale della regione meridionale del Perù.

Arequipa è chiamata la ciudad blanca de Americas, e la ragione abbiamo cominciato a scoprirla ancor prima di arrivare a destinazione, quando dai finestrini del nostro bus abbiamo incrociato per chilometri e chilometri delle enormi cave dove si estrae il sillar, la bianchissima pietra vulcanica con cui sono costruiti la maggior parte degli edifici coloniali della città.

Mines of sillar, Arequipa - click on the picture to see the entire photogallery


E di sicuro la produzione dev'essere fiorente, a giudicare dalla maestosità dei vulcani che attorniano la città. Il Chachani, il Misti e il Pichu Pichu cingono infatti Arequipa in una stretta di stupefacente bellezza e mortale pericolo, come lo dimostrano le numerose eruzioni che hanno completamente raso al suolo la città nel corso dei secoli.

Fondata nel 1540 da Francisco Pizarro con il nome di Nuestra Senora de la Asuncion, la città ha in seguito ripreso il nome inca che possedeva prima che gli spagnoli le dessero l'aspetto odierno. Sembra infatti che quando il re inca Manco Capac passò per la prima volta per queste fertili terre, esclamò in quechua "Ari, quipay!", ovvero "fermiamoci qui", e così fu.

Il nostro ospite ad Arequipa è stato David, che ci ha accolto nel suo appartamento dissestato alla periferia della città mentre boccheggiavamo alla ricerca di un posto dove sistemarci.
Nella settimana che abbiamo passato in città, abbiamo apprezzato le bellezze architettoniche e il solido sviluppo economico del secondo centro industriale del Paese, così diverso dal nulla desertico di Paracas.

Whiteness in Arequipa: on the background, the San Francisco church - click on the picture to see the entire photogallery

Tra le visite più significative, quelle alle chiese della città. Completamente bianche fuori, e decorate in stile mestizo, ovvero un misto di barocco europeo e arte indigena, le chiese di Arequipa contengono all'interno impressionanti pitture dai lussureggianti motivi amazzonici, con pappagalli, tigri, fiori coloratissimi e scene di caccia... cose che non si trovano nelle classiche cattedrali vaticane, insomma!

Altra esperienza splendida è stata la camminata fino al mirador di Yanahuara, ai confini occidentali della città. Lassù, degli archi in sillar accolgono il visitatore con la lungimirante iscrizione: "Vive libre y feliz lo que vive preferendo ser libre a su pan" :D
Siamo saliti sul tetto della chiesetta di quartiere corrompendo il vecchissimo custode, appurando in prima persona che Arequipa è davvero 'la città bianca'!

Ma la cosa che ci ha impressionato di più durante l'intero soggiorno è stata senz'altro la passeggiata notturna all'interno del Monasterio de Santa Catalina, un gigantesco complesso che occupa buona parte del centro cittadino. Il monastero ospita dal 1579 delle suore domenicane di clausura, che conducono tutto sommato una vita piuttosto gradevole, giacché dispongono di celle personali, grandi giardini fioriti, forni e lavanderie e circa 20000 metri quadrati di spazio dove passeggiare, pregare e cantare. Il monastero, in passato sede di intrighi politici e oscure depravazioni amorose, è stato oggi riconvertito in sito turistico, e solo una ventina di monache vivono ancora in una zona segregata e inaccessibile al pubblico.

The novices' garden, Monasterio de Santa Catelina (Arequipa) - click on the picture to see the entire photogallery

Tuttavia, l'aria che si respira camminando per le sue viuzze di notte è veramente mistica. Le altissime mure intonacate isolano il convento dagli incessanti rumori e schiamazzi che contraddistinguono il resto della città di Arequipa, che come tutto il Sudamerica non dorme mai. La musica che diffonde inni al Cielo e al Creatore stimola la riflessione e i panorami dall'alto dei tetti hanno provocato un tuffo di dolcezza anche ai nostri cuori profani.

Da Arequipa abbiamo effettuato il primo trekking della nostra avventura sudamericana, nel relativamente vicino Canyon del Colca. E di questo tratterà il nostro prossimo post...