domenica 7 luglio 2013

Heart of Darkness


Dopo le giornate lente ed assolate passate a Sucre, lo spostamento nella città mineraria di Potosì ha rappresentato per noi una nuova immersione nelle Ande più maestose.
Situata a 4100 metri d'altezza e spazzata tutto l'anno da venti gelidi che rendono già di per sé la vita in città una sofferenza, Potosì è il simbolo per antonomasia della colonizzazione spagnola più avida e spietata in Sudamerica.

Le circostanze della fondazione della città sono avvolte nella leggenda. Si dice che nel 1544, all'indomani della Conquista dell'Impero incaico, l'indigeno Diego Huallpa stesse portando al pascolo nella regione i suoi lama. Ad un certo punto, uno dei lama brucò un filo d'erba e dal suolo cominciò a sgorgare un liquido denso e grigiastro: era argento purissimo. La leggenda narra anche come l'indigeno non riuscì a serbare per sé il segreto della scoperta, ed in poco tempo gli Spagnoli diedero inizio all'estrazione del materiale prezioso dalle viscere di quello che da allora sarebbe stato chiamato Cerro Rico, la Montagna della Ricchezza.
Quasi cinquecento anni e otto milioni di minatori morti dopo, il Cerro Rico si staglia ancora lì, nonostante le esplosioni, gli scavi e le trapanature che hanno subito le sue viscere e le sue pendici.

La città di Potosì fu così creata dall'esigenza di controllare da vicino i lavori di scavo minerario. L'aspetto odierno è il risultato dell'incredibile afflusso di denaro che per secoli si riversò nelle tasche dell'aristocrazia spagnola cittadina. I nobili facevano a gara per costruire le chiese più imponenti, i palazzi più sfarzosi, i campanili più alti. Tuttavia, camminando per le strette strade di questa città inerpicata sulle montagne, l'atmosfera pare cupa e opprimente, come se risentisse di tutte le violenze, le ingiustizie e gli eccessi perpetrati qui nel corso di tre secoli di colonizzazione.

Ciò che ha colpito di più la nostra immaginazione sono stati comunque i conventi e le chiese che si susseguono innumerevoli a Potosì, così diversi tra loro nell'estetica e nella storia.
Il nostro stesso ostello, il Maria Victoria, era un antico convento di suore rimasto del tutto intatto nonostante il trascorrere del tempo - magnifico patio in pietra e camere ghiacciate senza riscaldamento comprese !!

Il convento di Santa Teresa, poi, ci ha impressionato per il lusso smodato degli ornamenti sacri, tutti in oro e argento purissimo, e per la vita assai contraddittoria che vi spendevano le monache. Esse infatti erano tenute ai più rigidi vincoli di silenzio, castità e isolamento, ma allo stesso tempo avevano diritto a doti milionarie che passavano al convento, e potevano persino costruirsi meravigliose cappelle private istoriate dai migliori pittori e scultori del tempo. In risposta alle nostre domande, la guida ci ha spiegato che il convento di Santa Teresa era un vero e proprio luogo di cooptazione dell'élite femminile spagnola cittadina nelle più alte gerarchie religiose. Infatti, sebbene le monache vivessero in uno stato di segregazione e povertà materiale, esse gestivano in realtà un grande potere simbolico e persino economico, spostando grandi quantità di denaro nelle differenti opere religiose. Per questo motivo, solo le giovani donne provenienti dalle famiglie più facoltose erano accettate nel convento. Ed ovviamente, le monache erano strettamente criolle, ovvero spagnole nate in Bolivia da genitori spagnoli, senza nessuna possibilità d'ingresso per le mestize - figlie di spagnoli e indigene - né, ovviamente, per le indie.

Roofs of Potosi, Bolivia - click on the picture to see the entire photogallery


Atmosfera del tutto differente è stata quella che abbiamo respirato entrando nel convento dei francescani. Qui, infatti, i preti missionari accoglievano clandestinamente gli indigeni che tentavano di scappare al duro regime di schiavitù e sfruttamento al quale erano sottoposti nelle miniere. I francescani li proteggevano e nascondevano, e molti tra di essi restavano a tempo indeterminato nel convento. La conferma di queste storie ci è arrivata visitando la cripta del convento di San Francesco, dove sono conservate molte ossa di cui è ormai impossibile discernere l'appartenenza, di modo che i resti mortali degli indios fuggiaschi e dei preti spagnoli che tentarono di aiutarli in vita sono mescolati per l'eternità nell'uguaglianza che cercarono di praticare in vita.

I cinque giorni che abbiamo passato a Potosì, resistendo al freddo e alle vertigini causate dall'altitudine, sono stati tra i più intensi del nostro viaggio. Così, per spezzare il ciclo di visite e di stanchezza, ci siamo concessi una visita alle acque termali di Tarapaya.
Quest'escursione di una giornata, che secondo le nostre informazioni doveva costituire uno svago senza troppe pretese, si è rivelata in realtà una gita meravigliosa in una natura dolce e ospitale. Dopo un'oretta di minibus che dalla città ci lasciò su una strada nel mezzo del nulla, iniziammo una camminata tra le montagne che ci portò infine ad un meraviglioso lago perfettamente circolare. Si trattava dell'Occhio dell'Inca, uno specchio d'acqua sulfurea a 70 gradi, che la leggenda vuole essere l'occhio di Huayna Capac, l'imperatore incaico che scoperse la località e se ne innamorò al punto da tornarvi ogni estate per rigenerarsi con le acque e i fanghi benefici del lago.

Il nostro ricordo di Potosì, ad ogni modo, resterà segnato indelebilmente nella nostra memoria per ragioni molto diverse dalla bellezza dell'architettura religiosa o dal benessere causatoci dalle acque termali.
Non potevamo infatti partire dalla città senza aver visitato le miniere d'argento che da 500 anni depredano il cuore del Cerro Rico delle sue risorse,  o senza aver parlato con i minatori che ogni giorno rischiano la vita nelle viscere della terra, combattendo contro il rischio concreto di una morte per incidente e la certezza a lungo termine di contrarre la silicosi, la terribile malattia dei polmoni che si avvera letale in una gran percentuale dei casi.

L'esperienza in miniera è di quelle così forti da non darti la possibilità di restare neutrale. Molti dei viaggiatori che abbiamo incontrato a Potosì si sono rifiutati di compiere la visita, ritenendola un puro esercizio di voyeurismo da parte dei turisti occidentali. Altri invece vi hanno partecipato senza riuscire a portarla a termine, troppo choccati da ciò che avevano visto o prostrati dalle estreme condizioni ambientali nella miniera. Pur consapevoli dei rischi, morali e fisici, che comportava una tale veritiera 'discesa negli Inferi', noi abbiamo comunque deciso di prendere parte al giro delle miniera, per toccare con mano la realtà delle vite di queste persone che si riproducono pressoché inalterate dai tempi della Colonia.

La nostra guida in quest'esplorazione è stato Beymar, un ragazzo di 28 anni che era stato minatore quando era solo un bambino, prima che suo padre lo prendesse per un orecchio e lo obbligasse ad andare a La Paz per studiare turismo, salvandolo al destino cui tanti suoi compagni meno fortunati sono stati destinati.
Beymar è una persona incredibile, che unisce una formazione universitaria sulla storia delle miniere ad un rispetto immenso per le tradizioni - e le manie - dei minatori. La nostra visita è cominciata con un giro al 'Mercato delle Miniere', dove i lavoratori comprano i pochi beni necessari alla giornata di estrazione sottoterra. Innanzitutto il puro, un disgustoso alcolico a 96 gradi, contenuto in una bottiglia per acqua ossigenata che reca l'inquietante dicitura 'alcool potabile'. Con questo trago - bevanda - i minatori si stordiscono nelle giornate più dure e puntualmente si ubriacano fino all'incoscienza nei weekend, per festeggiare un'altra settimana da sopravvissuti. Poi le foglie di coca, utilizzate metodicamente da tutti i minatori per ammazzare la fatica e la fame. Già gli Incas le utilizzavano perché masticare la coca rendeva il popolo più tranquillo e mansueto. I conquistadores proibirono all'inizio il suo consumo, seguendo l'idea che si trattasse di un rituale pagano. Tuttavia, quando anche la Chiesa si rese conto che la coca rendeva gli schiavi più resistenti e docili, il consumo delle foglie ridivenne legale ed anzi venne incoraggiato al punto che ancora oggi nessun minatore si sognerebbe di entrare in miniera senza un sacchetto con sé. Infine, ça va sans dire, i lavoratori acquistano al mercato la dinamite, che si vende liberamente anche a bambini di 11-12 anni. Beymar ci mostra come si assembla il plastico con la nitroglicerina, e ci spiega come assistere ad un'esplosione sia una delle esperienze più devastanti che si possano fare in miniera. Innanzitutto perché il rumore lacera le orecchie e l'anima. "E' come un martello che ti spacca la testa e il cuore", ci spiega. Poi perché nessuno può mai garantire sugli esiti di un'esplosione nella miniera, per quanto 'controllata' essa sia. C'è sempre la possibilità di uno smottamento assassino della terra, di un rinculo imprevisto della dinamite, della rottura letale di un tubo del gas o dell'acqua. Beymar ci dice che nella miniera dove ci porterà lui non ci saranno esplosioni oggi, e che di questo dovremmo ringraziare Dio.

Commossi e già toccati dalle storie della nostra guida, acquistiamo un po' di coca e delle bibite non alcoliche da distribuire ai minatori dentro la montagna e ci rimettiamo sulla macchina di Beymar, che comincia a salire sul Cerro Rico. Mentre proseguiamo l'ascensione della montagna il nostro amico ci spiega che, delle centinaia di miniere che esistevano nel 1600, oggi ne sono rimaste aperte solo 22. Per 'miniera', ci dice Beymar, si intende l''ingresso' nella montagna. Ogni miniera veniva in passato amministrata da un gruppo di sovraintendenti spagnoli, e lavorata sempre dagli stessi schiavi - fino a che essi non morivano, ovviamente. L'estrazione forsennata e scriteriata dell'argento ha prosciugato le vene del Cerro Rico, ed oggi è molto raro imbattersi in un buon filone. Da qui la riduzione drastica del numero di miniere. Ovviamente i lavoratori non sono più schiavi, essendosi organizzati in cooperative di cui loro stessi possiedono delle percentuali a partire dall'inizio del 1900. Tuttavia, al padrone spagnolo dei tempi della colonia si è sostituito oggi il mercato. I minatori vivono di quello che vendono, vendono quello che estraggono e considerata la scarsità dell'argento sono obbligati a lavorare anche 12 ore al giorno nella pancia della montagna, con turni che non permettono loro di uscire per riposarsi, mangiare o fare una doccia.

Beymar ci spiega che la miniera che visiteremo noi si chiama 'Rosario' ed è stata aperta verso la fine del XIX° secolo. Ci armiamo di casco contro la caduta dei massi e di tuta gialla - ''diversa da quella dei minatori, per distinguervi in caso d'incidente'', ci dice la guida - ed entriamo nella galleria che ci porta in verso il centro della montagna. Il soffitto della miniera è bassissimo, poiché ogni centimetro di spazio rubato alla montagna è costato il lavoro e la vita di innumerevoli lavoratori. I minatori si muovono in assenza totale di luce, fatta eccezione per quella posta sulla lampadina sulla loro testa. Più si scende verso il basso, più il calore è insopportabile e le nostre tute da lavoro si inzuppano di sudoreL'aria è irrespirabile a causa degli effluvi tossici che permeano dalle pareti. Il suolo è scivoloso perché il fango si mischia con l'acqua che cola dalle pareti e solo grazie agli stivali di gomma riusciamo a mantenere un equilibrio precario. In più il soffitto si abbassa progressivamente fino a sfiorare il suolo in molti punti, obbligandoci ad avanzare carponi e a strisciare nel fango

Come se non bastasse, dopo qualche minuto che camminiamo Beymar sente un fischio e ci esorta ad appiattirci contro il muro. Improvvisamente spuntano due minatori che spingono un carrello di ferro nel fango, facendolo sfilare a tutta velocità oltre di noi. Beymar ci spiega che è con questi carrelli, che non posseggono freni, che i lavoratori trasportano i minerali estratti e le pietre schizzate ovunque dopo le esplosioni. Ogni carrello può pesare fino a 150 kg, e sono sono solo in due a spingerlo.


Miners pushing a hand truck in the Rosario mine, Cerro Rico, Potosì - click on the picture to see the entire photogallery

Continuando l'esplorazione, arriviamo in una zona dove si trova una voragine nel suolo da cui spunta una corda. Beymar ci spiega che buchi como questo vengono scavati ultimamente per cercare di esplorare delle parti di montagna rimaste intatte finora. Poi si china verso la buca e urla qualcosa. Dopo poco un uomo spunta fuori dal buio fitto e passa qualche minuto a parlare con noi. Ci dice di chiamarsi Mario, e di essere uno dei veterani della miniera. A quanto pare lavora nella Rosario già da 20 anni, cifra eccezionale per un minatore di Potosì. La maggioranza, infatti, anche escludendo gli incidenti mortali o invalidanti, si ammala di silicosi dopo circa otto anni di lavoro, e pochissimi superano i quindici anni in miniera, perché la malattia in stato avanzato comporta una bronchite cronica che rende gli uomini inabili. 

Mario ci racconta tante storie e ci spiega di aver lavorato per due anni insieme a Beymar nella miniera: "Il problema è che fare il minatore per i bambini di Potosì è una sorta di prova di virilità. Quando sei a scuola c'è sempre qualcuno che ti sfida a farlo e tu devi mostrarti all'altezza. La prima settimana in quest'inferno vuoi morire, ogni sera torni a casa e non vuoi nemmeno sentir nominare il Cerro Rico. Poi però ti arriva la paga, e capisci che quei pochi soldi sono soldi tuoi, e li puoi spendere in puro o per far colpo sulle ragazze, e allora le settimane si accumulano una dopo l'altra e tu hai già la tua vita dietro di te. Quando Beymar iniziò a lavorare io avevo diciannove anni e lavoravo giù qui da 5. Si vedeva che era un ragazzo sveglio, uno che avrebbe potuto studiare, però non avrebbe mai abbandonato la miniera se suo padre non l'avesse obbligato ad andare a studiare a La Paz".
Mario poi ci saluta e torna nel suo buco e noi ci giriamo verso Beymar per ricevere da lui qualche commento, ma il nostro amico ci sorride in maniera imbarazzata e si rimette a camminare.

Piuttosto, Beymar ci informa che l'ultima tappa della nostra esplorazione sarà la visita al Tìo, il Diavolo.
All'inizio non capiamo esattamente cosa intenda la nostra guida, ma poi arriviamo in uno slargo nella miniera e realizziamo che cos'è il Tìo. Una statua di fango di grandi dimensioni dai tratti luciferini troneggia nello spiazzo, con tanto di corna e fauci spalancate. I lavoratori ne costruiscono una in ogni miniera. Il culto del Tìo risale ai tempi della Colonia, quando gli schiavi indigeni non si fidavano a pieno delle divinità importate dagli Spagnoli. Così, il regno della luce, la città, erano i luoghi della religione cattolica, di Dio e Gesù Cristo, i santi e i preti. Però la pancia della montagna apparteneva all'oscurità e alle forze degli abissi, cioè al Diavolo. Così, gli indios veneravano il Tìo, tentavano di farselo amico e di evitare la sua ira, che si manifestava invariabilmente con gli incidenti che portavano alla morte di così tanti minatori. 

Il culto del Diavolo della miniera si è perpetrato fino al giorno d'oggi, ed i minatori cercano di accaparrarsi il favore del Tìo lasciando offerte di varia natura vicino alla sua effige. E così insieme a Beymar anche noi ci sediamo accanto alla statua, infiliamo una sigaretta accesa tra le labbra del mostro, poniamo delle foglie di coca tra le sue mani e brindiamo alla sua salute con sorsate di puro tritabudella che ci brucia la gola e solleva lo spirito. Niente a che vedere comunque con ciò che fanno i minatori ad ogni fine settimana, quando cantano e bevono fino all'incoscienza per ringraziare il Tìo di essere ancora vivi. O ciò che succede durante le feste per il Carnevale, quando all'alcool si aggiungono le decorazioni festive e il sangue di diversi lama sacrificati a maggior gloria del diavolo.
Beymar ci consiglia un film, che abbiamo poi visto e che ci ha commosso, sulle vicende dei minatori di Potosì. Si chiama El Minero del Diablo, e si trova in spagnolo,  inglese e tedesco. E' un documentario sulla vita di un bambino di dodici anni che deve lavorare in miniera per vivere e sostenere la sua famiglia. Nella sua storia si riflettono le storie di Beymar, di Mario e di tante altre persone come loro. Vi consigliamo fortemente di procurarvi questa pellicola, ne vale proprio la pena!

Finalmente la visita è finita, e noi usciamo dalla miniera Rosario nel Cerro Rico con un magone nel cuore, ma anche con una consapevolezza diversa di una realtà così dura e difficile da immaginare senza averla, anche solo per qualche ora, toccata con mano.
Potosì, con i suoi alteri splendori e le imbarazzanti miserie, resterà una tappa paradigmatica del nostro viaggio in America latina, che serberemo nella memoria come monito contro la cupidigia dell'uomo e lo sfruttamento scellerato delle risorse della Madre Terra.

lunedì 1 luglio 2013

Lost in Transition


Dopo le fatiche del Deserto di Sale, abbiamo deciso di concederci un po' di riposo a Sucre, la capitale della nazione boliviana, città d'arte coloniale e luogo dal clima dolce e temperato, grazie all'altitudine notevolmente più bassa rispetto alle fredde terre dell'Altiplano.
Nella settimana passata in città abbiamo scattato poche foto, non perché non vi fossero siti d'interesse ma piuttosto perché invece di girare come trottole con la macchina in mano abbiamo preferito adattarci ai ritmi lenti della città, sorseggiando succhi di frutta spremuti per strada per soli 3-4 Bolivianos (0.35 centesimi di Euro!), mangiando ricche macedonie di frutti esotici al mercato o stendendoci al sole nelle belle piazze alberate del centro.

Un luogo ci ha comunque colpito più degli altri, e non potevamo esimerci dal raccontarlo attraverso le immagini. E' il Convento di San Filippo Neri, costruito nel 1795 ed inizialmente utilizzato come  seminario per l'iniziazione dei futuri monaci alla carriera religiosa. Oggi è un collegio religioso per ragazze, in cui si entra dal cortile per poi visitare le varie stanze, la biblioteca, la cripta. Ma è la salita sul tetto che ci ha lasciato davvero senza parole. Le scalette a chiocciola ci hanno proiettato su una terrazza bianchissima dal quale abbiamo goduto di una vista eccezionale sugli edifici coloniali altrettanto bianchi della città. Il silenzio che avvolgeva il luogo, i sedili in pietra scolpiti per permettere ai monaci di riflettere nella quiete, le campane che si stagliavano nei cieli blu ci hanno fatto passare un paio d'ore di pace e riempito l'anima di vedute meravigliose.

The roofs of the San Felipe Neri convent in Sucre, Bolivia - click on the picture to see the entire photogallery

Ma il soggiorno a Sucre è stato per noi soprattutto segnato dal trekking che abbiamo fatto nella Cordigliera dei Frati, un tratto particolare delle maestose Ande.
Nonostante le numerose agenzie che proponevano escursioni più o meno costose e organizzate, abbiamo come al solito deciso di fare tutto da soli, confortati dalla presenza di tre fantastici compagni di viaggio: Noam, Luud e Pieter, tre ragazzi incontrati per caso in città e che decisero da un momento all'altro di imbarcarsi con noi in questa avventura.

L'escursione è nata con un viaggio paradossale su una camionetta stipata di gente dove siamo riusciti tutti e quattro a montare quasi per miracolo. Pochi attimi prima della partenza, poi, tutti i contadini che si trovavano sulla carretta si sono pigiati nell'estremità della carretta verso l'abitacolo lasciandoci interdetti a guardarci negli occhi. La spiegazione di questo loro comportamento si è palesata qualche istante dopo, quando le portiere sul retro si sono spalancate e quattro tori (!?) hanno fatto il loro ingresso nel veicolo già sovraffollato, sistemandosi letteralmente accanto a noi. All'inizio eravamo tutti un po' traumatizzati, vista anche la lunghezza delle corna dei tori e l'instabilità del pavimento della camionetta, che più volte causò lo sdrucciolìo degli animali verso di noi. Tuttavia con il passare del tempo, i sorrisi timidi che ci regalavano i bambini e le vecchie campesine accanto a noi, le birre che ci eravamo portati e le chiacchiere che scambiavamo contribuirono ad alleggerire la tensione e dopo tre ore di viaggio faticoso arrivammo infine a destinazione.


Hats off to the bulls! - video

La prima giornata di cammino nella Cordigliera si è rivelata facile e gradevolissima soprattutto perché il sentiero, un'antica strada costruita dagli Incas per permettere ai messaggeri di consegnare la posta da un lato all'altro dell'Impero, era tutto in discesa. Abbiamo così approfittato per conversare con i nostri tre compagni di viaggio e per immergerci poco a poco nello scenario imponente delle Ande, con i suoi colori cangianti e i pochissimi abitanti al lavoro in abiti tradizionali.
Ad ogni modo, il sentiero si rivelò più lungo del previsto e giungemmo alla meta che ci eravamo prefissati per la giornata quando già faceva buio. In più, non c'era nessuno in giro e per qualche minuto tememmo di dover dormire in un riparo di fortuna, quando una signora si fece viva e ci condusse in una struttura straordinaria, una specie di trullo alla boliviana con vetri colorati e caminetto che ci permise di riposare per bene dopo una giornata di peripezie.

Mighty sights from the Inca Road in the middle of the Cordillera de los Frailes  click on the picture to see the entire photogallery

Il giorno successivo è stato è stato molto diverso dal primo e la notte seguente ci ha visti, stremati ed ancora spaventati, parlare e riflettere su come la nostra scelta di viaggiare sempre in maniera indipendente comporti a volte dei rischi considerevoli.
Questi i fatti: partiti di buon ora la mattina, scalammo un monte senza problemi e a mezzogiorno eravamo in vetta, dominando la Cordigliera e i suoi immensi spazi. Tuttavia, questa è una zona completamente deserta, dove non passa un turista e non c'è un'indicazione che possa suggerire il sentiero da prendere per recarsi in qualunque luogo. Tutto ciò che possedevamo noi era un mappa dell'area che avevamo preso a Sucre, e che si rivelò in breve del tutto inadeguata vista l'enormità della zona che ci ritrovavamo a percorrere e la totale assenza di qualsiasi segnalazione.

Così, camminammo a caso fino al pomeriggio, quando la fatica iniziò a farsi sentire, le scorte di acqua ad assottigliarsi minacciosamente e soprattutto la luce ad affievolirsi poco a poco. A quel punto, eravamo troppo lontani dal rifugio della notte precedente per potervi tornare, e non avevamo idea di quale altro punto potessimo raggiungere per dormire al coperto. La prospettiva di passare la notte all'addiaccio ci pareva così orribile che iniziammo a camminare ancora più veloci e angosciati, quando finalmente ci imbattemmo in una casetta e bussammo alla porta.
Un ragazzo ne uscì e si offrì di accompagnarci a un'abitazione "poco lontana" dove avremmo potuto mangiare e trovare riparo. In realtà, si trattò di una camminata di un'ora e passa, di certo una delle più spaventose della nostra vita. A quanto pare ci eravamo allontanati parecchio dalla retta via, quindi la nostra 'guida' suggerì di tagliare le montagne per via trasversale in modo da raggiungere la destinazione prima che facesse buio pesto. Sì, ma questo significava camminare, o più spesso lasciarsi scivolare, sui pendii scoscesi e sconnessi delle Ande, con strapiombi a picco per centinaia di metri!
Alla fine, arrivammo comunque sani e salvi alla dimora del nostro futuro ospite, un personaggio eccezionale per cui vale la pena di spendere due parole. Quest'uomo, il cui nome in quechua è ormai sfumato nelle nostre memorie, ha vissuto tutta la sua vita nella Cordigliera dei Frati apprendendo e assimilando le tradizioni dei padri. Con la sua splendida famiglia alleva in questo sperduto angolo di mondo qualche lama e altri animali, coltiva la terra fredda, suona gli strumenti folklorici delle tradizioni indigene e... si dedica alla paleontologia!

Appena arrivati, il nostro ospite ci sistemò nella camerata dove avremmo passato la notte (che pagammo 5 Bolivianos a testa, ossia 0.50 Euro!) e ci invitò intorno al tavolo dove sua moglie si mise a prepararci una cena tanto umile quanto ambita dalle nostre bocche affamate da una giornata di camminata e digiuno. Lì, il nostro nuovo amico imbracciò il charango, lo strumento nazionale boliviano (una specie di ukulele o piccola chitarrina), cui mancavano persino tre corde, e si mise a strimpellare per tutta la notte delle canzoni in lingua quechua che, ci disse, parlavano di amori mitologici e guerre spietate e alcool e sogni che erano premonizioni


It don't mean a thing, if it ain't got that swing ! - the video is very dak so just enjoy the music

Una volta smesso di suonare, il nostro ospite ci spiegò cosa intendeva quando diceva di essere 'paleontologo'. Nel 1992 in seguito alla lettura di un articolo che parlava dei dinosauri in Sudamerica, si rese conto che la Cordigliera dei Frati era nella Preistoria un luogo molto popolato da questi rettili, e decise di mettersi all'opera. Con lo spirito di osservazione tipico di quegli uomini che crescono a contatto diretto con la natura individuò delle zone plausibili per cominciare gli scavi, e in breve tempo portò alla luce decine e decine di impronte di dinosauri di molte specie diverse!
Estasiati dal racconto, ma distrutti dalla fatica andammo infine a letto, passando una notte di freddo artico ma di grande serenità.

Il giorno dopo il nostro ospite ci portò a visitare i suoi scavi. E' stato impressionante vedere così tante impronte di carnivori ed erbivori a così poca distanza, a suggerire che quello dei dinosauri era un ecosistema con i suoi equilibri proprio come la savana o la foresta amazzonica, ed immaginarsi il tirannosauro o il velociraptor vivessero isolati per entrare in contatto con gli altri animali solo negli episodi di caccia è puro folklore da Jurassic Park.


Our awesome host posing with his beloved charango - click on the picture to see the entire photogallery

Lasciato il nostro ospite con abbracci e ringraziamenti, il terzo giorno di cammino è filato via liscio e tranquillo perché il sentiero era di nuovo in discesa, e soprattutto perché abbiamo incontrato un altro gruppo di ragazzi che avanzavano spediti nella nostra stessa direzione. Visti gli eventi del giorno prima, abbiamo deciso di accodarci. Tuttavia, un acquazzone torrenziale ha ricordato a tutti che in America latina è pur sempre la stagione delle piogge, e alla fine della giornata, dopo una decina di ore di cammino per uscire dal centro della Cordigliera, eravamo zuppi e distrutti. La serata passò comunque in allegria e amicizia con i nostri tre compagni di viaggio in un ostello, tra chiacchiere e rievocazioni degli avventurosi eventi degli ultimi giorni. Il giorno dopo prendemmo il bus per tornare a casa, che in sei interminabili ore passate in piedi ci riportò nella città di Sucre.

Il bilancio di quest'esperienza è stato incredibile. Paesaggi mozzafiato, clima impervio, fatica, un po' di angoscia e la sensazione di essere liberi e al centro del mondo sono sensazioni  alternatesi e spesso sovrappostesi nei nostri cuori. Di certo non dimenticheremo mai la Cordillera de los Frailes, centro ideale dell'incontro tra forza della Natura selvaggia e desiderio di conoscenza dell'Uomo.

lunedì 22 aprile 2013

Uncle Salty


Salutati i colori e gli eccessi di Oruro, ci siamo diretti a sud per visitare una delle attrattive più impressionanti della Bolivia, il gigantesco Deserto di Sale di Uyuni.

Prima di descrivere l'avventura nel deserto però, una menzione dev'essere fatta allo straordinario viaggio in treno che abbiamo vissuto tra Oruro e Uyuni.
Il servizio pubblico ferroviario in Bolivia, così come nel resto di quasi tutto il Sudamerica, è stato pressoché cancellato negli ultimi 30-40 anni per via dell'insostenibile competizione delle compagnie private di autobus - che offrono un servizio relativamente affidabile e pazzamente economico - e della gestione inetta e corrotta dei suoi amministratori. Tuttavia esistono ancora poche tratte specifiche che, essendo utilizzate tutt'ora per il trasporto merci, offrono l'opzione del trasporto passeggeri. Una di queste è proprio la Oruro-Uyuni-Villazon, utilizzata per spostare le enormi quantità di sale e di litio che dal Deserto di Uyuni vengono smistate in tutte le zone del Paese andino.

Majestic Expreso del Sur ruinning south through the Bolivian Altiplano - click on the picture to see the entire photogallery

Questa linea passa proprio in mezzo all'Altipiano boliviano offrendo al viaggiatore delle vedute mozzafiato. Il tramonto nella conca dell'Altipiano, con le maestose cime andine innevate che punteggiano l'orizzonte, da solo basterebbe a fornire un imponente spettacolo naturale, ma a questo si aggiunge anche la presenza di tanti animali allo stato brado, fenicotteri, alpaca, cicogne, condor, lama e altri tipi di uccelli che non siamo riusciti a identificare né a fotografare. Non sono mancate nemmeno scene tragicomiche passateci davanti agli occhi durante il tragitto, come le numerose vetture colte dalle piogge torrenziali durante il loro cammino, e che giacevano bloccate e impantate - forse da parecchi giorni - nel bel mezzo del nulla.

L'impatto con Uyuni è stato secco e brutale, come si addice alle città di frontiera. L'arrivo notturno in questo piccolo centro polveroso e spazzato dai venti glaciali è stato il preludio a un soggiorno scomodo e memorabile. La cittadina di per sé è orribile, popolata com'è da orde di cani randagi, cimiteri di spazzatura bruciata e gruppi sparuti di uomini e donne arcigni e introversi, forgiati dal sale e dai cactus.
Non troverete foto di Uyuni in quest'articolo, perché non c'era proprio nulla da fotografare in città.
Ciò detto, il nostro soggiorno qui è stato più lungo di quanto avremmo pensato.

Il nostro ospite, Israel, ci aveva messo in guardia sin dalla prima sera che il periodo del nostro arrivo non era propizio per visitare il Deserto di Sale, e questo per due ragioni fondamentali. In primo luogo la pioggia, che caduta in modo torrenziale nelle settimane precedenti rendeva a quanto pare impraticabili molte delle vie d'accesso al deserto. In subordine, perché si celebrava in quei giorni anche ad Uyuni il Carnevale, e gli autisti/guide delle agenzie si sarebbero dati alla baldoria riducendo considerevolmente l'offerta turistica nei giorni successivi.
E così abbiamo dovuto aspettare quattro giorni prima di avere la possibilità di strappare un prezzo ragionevole a un'agenzia e di assicurarci che il nostro autista non fosse completamente ubriaco... ma ne è valsa la pena !!!

Siamo così partiti per una tre-giorni in una jeep 4x4 che conteneva noi due, l'autista, una coppia franco-brasiliana e due couchsurfers che avevamo conosciuto a Oruro, e che abbiamo reincontrato casualmente a Uyuni - Dennis e Juanita.
In realtà, dei tre giorni che è durato il tour solo il primo è stato dedicato al Deserto di Sale, perché le piogge cadute in precedenza e che mettevano a repentaglio l'efficienza del motore della jeep non ci hanno consentito di fermarci troppo a lungo in questa immensa distesa bianca. E' stata però un'esperienza indimenticabile. 

One of the most reliable transports to get into the Uyuni Salt Flat:  a cheap bike - click on the picture to see the entire photogallery

Infatti la pioggia depositatasi sul suolo aveva formato una crosta d'acqua che rifletteva il cielo blu creando dei giochi di luce pazzeschi. Abbiamo quindi passato un pomeriggio intero a rincorrerci, farci stordire dal sole, ballare e guardare i lavoratori che raccoglievano un po' di quelle 25 mila tonnellate annuali di sale che si estraggono dal deserto, che misura la stratosferica cifra di 12000 km quadrati (metà Belgio, per intenderci).

Una volta abbandonato il deserto e le sue rare costruzioni edificate interamente con il sale, ci siamo spinti in jeep più a sud, dove nel corso dei due giorni seguenti siamo passati attraverso così tanti paesaggi e climi differenti che richiamarli tutti alla memoria risulta sinceramente difficile.
Tra i ricordi più magici c'è senz'altro la Laguna Colorada, un grande specchio d'acqua reso rosso fuoco dalle alghe che lo popolano, e abitato da ben tre specie di fenicotteri stanziali diversi, il James, l'andino e il cileno. Anche la Laguna Bianca, con l'imponente ghiacciaio Licancabur che si staglia sulle sue acque, ha costituito una tappa impressionante nel viaggio, mentre il Deserto di Pietra, costituito da strane formazioni rocciose che si inerpicano verso il cielo e sulle quali ci siamo arrampicati con l'entusiasmo di ragazzini, sono quanto di più simile ad uno scenario da Far West ci sia capitato di vedere in vita nostra - non a caso Butch Cassidy e Sundance Kid vennero qui a rifugiarsi durante la loro ultima fuga, poco prima di essere abbattuti a Tupiza !

Laguna Colorada, or dear-Monet-you-couldn't-do-it-better - click on the picture to see the entire photogallery

All'alba dell'ultimo giorno ci siamo avventurati nella zona spettrale dei geyser, dove dei fluidi ribollenti nel suolo formano inquietanti crateri lunari e producono sbuffi di fumo che s'innalzano fino al cielo. Per finire, rientrando nella provincia di Uyuni siamo passati per il cimitero dei treni, un romantico spiazzo dove moltissime locomotive abbandonate giacciono su binari morti al centro del deserto che non portano più da nessuna parte, aspettando all'infinito che un capostazione li smisti chissà dove..

Così abbiamo terminato il circuito sud-occidentale della Bolivia, che in tre giorni ci ha portato a percorrere più di mille chilometri in jeep, e ci ha messo alla prova con le sue notti gelate in ostelli senza elettricità e le sue infinite giornate di sole a picco sulla testa. Non è stato facile, e soprattutto Angie ha sofferto gli effetti del soroche, il famoso mal d'altitudine che ci ha colpito durante questo tour ad alta quota (altezza media: 4700 mslm !!!).
Tuttavia la grandiosità dei paesaggi ammirati  il silenzio degli spazi immensi hanno ripagato tutta la fatica e lo sforzo necessari a compiere l'impresa !

Ad ogni buon conto,  la prossima tappa è la città di Sucre, situata quasi a duemila metri più in basso, dove il clima più clemente gioverà senz'altro alla nostra salute.

Sturm und drang at the Salar de Uyuni - video spoken in a pretty trembling Engish

giovedì 4 aprile 2013

The Mask


Da Arequipa abbiamo varcato la frontiera e ci siamo recati nella Bolivia centrale, per l'esattezza ad Oruro, il capoluogo dell'Altopiano boliviano. Abbiamo quindi lasciato il Perù dopo sole tre settimane dal nostro arrivo, ma lo ritroveremo in seguito.
Il motivo per cui abbiamo deciso di affrettarci ad arrivare in Bolivia è stato, naturalmente, il Carnevale di Oruro, secondo al mondo per sfarzo e afflusso di turisti (dopo quello di Rio de Janeiro).

Questa festa, che si celebra ogni anno dal 1789, onora la Virgen del Socavon - ossia la Vergine della Caverna - che i conquistatori spagnoli imposero come culto popolare sradicando le antiche credenze pagane. In particolare, l'attuale culto della Vergine sembra aver sostituito in tutto e per tutto il culto del Diavolo - o Tìo, zio - Wari, che popola anch'egli le caverne e le mine ed è tuttora venerato dai minatori che estraggono argento e altri metalli dalle viscere delle montagne nella regione di Potosì.

Quale che siano le origini e le motivazioni religiose della festa, comunque, il Carnevale costituisce per i boliviani un'occasione ineludibile per fare baldoria. Ben 48 gruppi folklorici - per un totale di ballerini e ballerine che oscilla tra i 2000 e i 10000 secondo gli anni - sfilano ininterrottamente per le strade della città durante tre giorni interi, dando vita a un ineguagliabile spettacolo di maschere e danze.

'Diablada' at the Carnival of Oruro- click  on the picture to see the entire photogallery

I balli e i costumi, infatti, fanno mostra del singolare sincretismo culturale e religioso boliviano. Da tutto lo Stato accorrono ballerini che mettono in scena un particolare momento storico vissuto dal Paese andino o dei personaggi che hanno segnato il governo e le tradizioni.
Tra le tante danze colorate che ci hanno colpito, alcune meritano una menzione speciale.

La Diablada, ad esempio, rappresenta lo scontro tra le forze del Male e quelle del Bene. Anticamente pare che i ballerini che la eseguivano fossero nutriti e trattati come re fino alla notte precedente l'inizio delle danze, quando copulavano con una vergine ed si lanciavano quindi in una danza sfrenata di tre giorni che si concludeva con la loro morte.
Oggi, la coreografia è formata da una maschera di Lucifero attorniata dai Sette Vizi Capitali che inscenano una danza intorno all'arcangelo Michele. Il contrasto tra i colori vividi dei diavoli e il bianco candido dell'angelo e tra i movimenti animaleschi delle forze infernali e quelli decisi e implacabili dell'angelo sono uno tra i tratti più tipici del Carnevale di Oruro.

Altro ballo tipico è la Morenada, che richiama la condizione di schiavitù vissuta per quasi cinquecento anni dai lavoratori negri trapiantati dall'Africa nelle mine di Bolivia. La coreografia è formata da diverse maschere di schiavi che ballano intorno a un Caporal, o guardiano anch'esso nero, mimando l'azione di ubriacarlo per poter in seguito scappare.

Infine, il Tinku è la danza con cui i campesinos sdrammatizzano il secolare rituale guerriero della lotta cerimoniale tra comunità agricole. La parola tinku, infatti, significa 'lotta' in aymara, e come si vede da queste immagini i contadini (e le contadine!) si affrontano una volta l'anno in cruenti scontri che, complice il tasso alcolico presente nel sangue dei contendenti, possono causare gravi ferite o persino la morte. Una tale eventualità è accettata con filosofia dai campesinos, che vi leggono un'offerta alla Pachamama e persino un segno di buona ventura!
Ad ogni modo, la danza Tinku è del tutto inoffensiva, e della lotta rituale ha solo la gestualità. I ballerini sfilano infatti con i caratteristici movimenti delle braccia protese in avanti, come a voler prendere a pugni un immaginario avversario.

Ma Oruro per noi non è stato solo la magnifica, estenuante tre-giorni di Carnevale. Nella nostra memoria resteranno anche e soprattutto i momenti condivisi con gli altri couchsurfers, tra i quali abbiamo incontrato delle persone davvero speciali.

Couchsurfers' assembly at the Colegio Americano - click on the picture to see the entire photogallery

Durante la settimana passata in città, infatti, siamo stati alloggiati con altri 25 ragazzi in una scuola, predisposta allo scopo dal nostro infaticabile e solare ospite Juan Carlos. Tutto è stato fantastico. Juan Carlos si è rivelato un anfitrione colto, poliglotta, generoso, sinceramente preoccupato che noi tutti approfittassimo al massimo di quest'esperienza unica che ci stava offrendo.
Con lui, altri viaggiatori hanno marcato la nostra memoria e la nostra immaginazione. 
Affonso, brasiliano atipico, ciclista timido che percorre le Americhe da anni, amante di Caetano Veloso e Eduardo Galeano, artista che non (si) espone e anima sincera che in poco tempo ha scalato i ranghi nella nostra conoscenza fino a diventare amico vero.
Célestin, fiammingo idealista che non si sposta mai in aereo, sorriso grande che valica ogni difficoltà, polistrumentista con la musica nell'anima, un cuore nomade e un ottimismo più forte di qualsiasi contrattempo.
E poi Miguel, Claudia, Dennis, tanti ragazzi con un cuore grande come il loro intelletto, con il quale abbiamo scambiato risa, sigarette, spruzzate di spuma da barba, storie - in uno spagnolo sgangherato - e momenti vari di spensieratezza e felicità.

People celebrating the 'Alba' (= Dawn) close to the statue of the Virgen del Socavon - click on the picture to see the entire photogallery

Tuttavia, racconteremmo una storia incompleta se ci fermassimo qui con il racconto. Oruro per noi è stato infatti più che i seggiolini scomodi da cui abbiamo assistito alla sfilata delle maschere e l'atmosfera sognante e ovattata che si respirava nella scuola. Oruro è stato anche camminare per le strade in piena notte ed immergersi in quell'aria tutta boliviana pregna di alcool, disordine, sporcizia, eccitazione, povertà, generosità e pericolo
Abbiamo fatto festa fino a tarda notte abbracciati a sconosciuti che ci offrivano da bere, mentre accanto a noi altri sconosciuti vuotavano le tasche dei nostri compagni couchsurfers. Camminando nel buio delle strade abbiamo visto gente in stato d'incoscienza coperta di sangue prodotto da risse o da cadute ubriache, e nello stesso tempo ci siamo commossi nel vedere persone assorte in preghiera alle prime luci del mattino ai piedi della statua della Vergine del Socavon. 

Questa mescolanza di sogno, cruda realtà, violenza ed estrema gentilezza, condivisione del poco che si ha e avidità per il molto che si invidia ci è sembrato il tratto più autentico dei giorni e delle notti trascorse sulle strade di Oruro. Tanta tensione, tanta allegria, tanto casino fino all'atto finale, la festa dell'Alba che l'ultimo giorno interrava il Carnevale e salutava l'apparire del Sole... un'altra esperienza unica nei nostri occhi e nella pellicola delle nostre macchine fotografiche!

domenica 31 marzo 2013

Evo forever ?


N.B. Articolo scritto nella citta' di Potosi in data 17/03/13.

Si batte la mano destra sul cuore Evo, a simboleggiare il posto che occupa dentro di lui la Bolivia, e con la sinistra chiusa a pugno saluta la folla che lo acclama. Il sorriso smagliante abbraccia la gente riunita ad attendere il suo discorso per l’inaugurazione dell’aeroporto internazionale di Oruro, nella regione dell’Altipiano dello Stato andino. Evo indossa un completo scuro, e per una volta ha abbandonato la chompa, ovvero il golf a righe che richiama l’abbigliamento degli agricoltori boliviani e che usa abitualmente sfoggiare anche nelle occasioni ufficiali per sottolineare la sua appartenenza al popolo

President of Bolivia Evo Morles Aymara wearing the iconic 'chompa' - picture taken from http://boliviaexigesumar.blogspot.com/2010/08/donde-hay-bases-militares-no-se.html

Evo’ è il presidente dello Stato Plurinazionale di Bolivia Juan Evo Morales Ayma, ma tutti lo chiamano con il solo nome di battesimo, da quando gli efficaci esperti della sua campagna elettorale ne hanno diffuso l’immagine di politico compañero e uomo della porta accanto. Ex cocalero, ovvero coltivatore della pianta medicinale della coca tanto invisa agli Stati Uniti, e primo capo di Stato indigeno della storia boliviana, Morales è entrato in carica nel 2006 grazie ai voti dei campesinos, i lavoratori della terra di origine quechua e aymara. Nel 2009 è stato rieletto trionfalmente alla presidenza con il 67 per cento dei consensi, dopo aver promosso con successo una riforma della Costituzione in senso socialista e indigenista. 

Evo ha voluto la creazione dell’ aeroporto, costato 19 milioni di dollari, per dare nuovo slancio commerciale alla depressa zona mineraria di Oruro, di cui egli stesso è originario. “Per il nostro dipartimento è un giorno storico”, dichiara Evo alla folla festante, “e questa grande opera dimostra l’appoggio del governo allo sviluppo agricolo della regione". Tutt’intorno, si stagliano grandi cartelli pubblicitari che sciorinano le cifre del benessere economico che dovrebbe produrre l’aeroporto e declamano “Bolivia Cambia, Evo Cumple”, traducibile con “La Bolivia cambia, Morales mantiene le promesse”, magnificando il grande programma di investimenti che il presidente ha inaugurato per accelerare lo sviluppo del Paese. 

Tuttavia, poco lontano dal luogo delle celebrazioni infuria la polemica. Diverse organizzazioni cittadine, come il Comité Civico, contestano la decisione del governo di intitolare l’aeroporto a Morales stesso. “Si tratta dell’ennesima riprova che in Bolivia il governo propaganda un vero culto della personalità del presidente”, dice Armando Zaballos, un commerciante di libri 35enne. “Da quando Morales è stato rieletto, è cominciata una impressionante stagione di abusi da parte del governo e specialmente da parte del capo di Stato, che soffre evidentemente di manie di grandezza”.
La polemica sul nome dell’aeroporto di Oruro non è un episodio estemporaneo nell’attuale panorama politico boliviano. Una forte contestazione nei confronti del presidente impazza da quando il suo portavoce ha reso nota l’intenzione di Morales di presentarsi alle elezioni presidenziali una terza volta, nonostante la Costituzione limiti a due mandati la carica del capo di Stato. Il 20 febbraio scorso il Governo ha presentato al Tribunale Costituzionale un progetto di “Legge di Applicazione Nazionale”, che in caso di approvazione da parte dei giudici permetterebbe a Morales di competere alla consulta elettorale del 2015. 

“In Bolivia è sempre difficile stabilire cosa è legale e cose non lo è, perché tutto cambia piuttosto rapidamente” dice Israel Angus, una giovane guida turistica che parla spagnolo, quechua e giapponese e che ha votato Morales alle ultime due elezioni. “Prima il presidente della Bolivia era Gonzalo Sanchez, e Morales era considerato un terrorista, un indio indegno di far parte del Congresso”, continua Angus, “ora il Presidente è Morales, Gonzalo Sanchez è inseguito da un mandato di estradizione nella sua casa negli Stati Uniti e Evo vuole cambiare di nuovo la Costituzione. Tutte le decisioni nel mio Paese si giudicano a posteriori, ma secondo me stavolta Morales ha esagerato. Potrà pure vincere, ma di sicuro non avrà il mio voto”. 
 “Le politiche di Morales stanno assumendo contorni sempre più populistici”, dice Alejandro Ormeño, avvocato che lavora nel campo dei diritti civili, “e l’intera campagna Evo Cumple non è che una gigantesca macchina elettorale i cui risultati pratici si contano sulle dita di una mano. In realtà, il Governo sta spendendo una quantità impressionante di denaro pubblico in imprese che hanno il fine ultimo di garantire la rielezione del presidente”.

Nonostante la contestazione, il presidente non si scompone e tira dritto per la sua strada, forte di un largo consenso tra le fasce più umili della popolazione. Juan Carlos Medina, uno degli animatori del celebre Carnevale di Oruro, del tipico elettore di Evo possiede il colore della pelle ma non lo status sociale, eppure difende con fervore l’operato del capo di Stato: “La verità è che la Bolivia è ed è sempre stato un Paese razzista, e il personaggio-Morales da fastidio a tutta quell’intellighenzia bianca di origine europea che non si risolve ad accettare un presidente indigeno che ha tagliato i ponti con i privilegi di classe e con gli appalti alle multinazionali che hanno caratterizzato la storia della Bolivia fino a qualche anno fa”.
Secondo Medina “la grande maggioranza del popolo chiede la riconferma di Morales, ed è proprio ciò che accadrà, nel rispetto della legge, se il Tribunale costituzionale darà il suo parere favorevole. Altri cinque anni di governo sono indispensabili per compiere quella rivoluzione sociale che è iniziata più di dieci anni fa, e che Evo conduce dal 2006”. 

Anche la comunità internazionale starebbe sanzionando favorevolmente l’operato del presidente boliviano, nelle parole di Medina: “E’ un fatto che la Fao, l’agenzia dell’Onu che si occupa del problema del nutrimento nel mondo, abbia scelto Evo Morales come ambasciatore della quinoa, il cereale che potrebbe costituire una risorsa importantissima nella lotta contro la fame del mondo. Tutto ciò dimostra come l’impegno del presidente in favore delle fasce più svantaggiate della popolazione, in Bolivia e ovunque, non passi inosservato agli occhi dell’opinione pubblica mondiale”. 

Il Tribunale costituzionale esprimerà tra due mesi il suo verdetto sulla rieleggibilità del presidente Morales, e allora le parole lasceranno spazio ai fatti. La Bolivia aspetta, e nel frattempo spera che Evo “mantenga le promesse”.

sabato 23 marzo 2013

Inca Roads


Siamo ormai in viaggio da un po' di tempo, e oggi ci sembra giunto il momento di scrivere un articolo sull'Impero Inca, che ha dominato per un secolo - tra il 1438 e il 1533 - le terre che stiamo visitando, e ha lasciato un'impronta riconoscibile nella mentalità e negli usi della gente, a dispetto della colonizzazione duratura e brutale portata in dote dagli Spagnoli.

The flag of ancient Tawantisuyu, taken from http://www.crwflags.com/fotw/flags/xi.html

In particolare, ciò che vorremmo trattare in questo post è l'organizzazione sociale del Tawantisuyu, che presenta delle caratteristiche tanto peculiari quanto affascinanti. In effetti, i popoli di lingua quechua, e in particolare la Bolivia sotto l'attuale gestione Morales, fanno del ritorno agli antichi splendori dell'era incaica un tema ricorrente dell'immaginario collettivo e del discorso di politica interna attuale. Nelle parole e nei cuori di moltissimi peruviani e boliviani il sistema incaico è glorificato come un esempio di modo di governo giusto, prospero e multiculturale, opposto allo sfacelo sociale ed economico imposto all'America latina dai conquistadores europei.
La nostra opinione, che abbiamo sviluppato grazie all'esperienza sul campo e sui libri, presenta più sfumature, come approfondiremo nelle righe seguenti.

Prima di cominciare a discutere il tema, dobbiamo però citare almeno le due fonti principali per le nostre riflessioni sull'Impero Inca e sulla differenza tra questo e il regime coloniale que gli succedette, ossia l'incredibile volume "La conquista del Perù", scritto nel 1847 dall' americano W. Prescott, e l'analisi socioeconomica marxista "Le vene aperte dell'America latina", opera 'maledetta' dell'uruguagio Eduardo Galeano, che subì una censura estesa e causò numerose desapariciones tra i suoi lettori clandestini dal 1971 ad oggi. Sono due libri emozionanti e spietati, che non necessitano conoscenze specifiche per essere apprezzati ed amati, perciò procurateveli e date un'occhiata !

L'Impero Incaico, o Tawantisuyu ( = "regno delle quattro regioni", dalla divisione amministrativa dell'impero) dominò la parte centro-occidentale del Sudamerica per un tempo incredibilmente breve, se si pensa alla durata nel tempo dell'Impero Romano o di quello Egizio, e se si considera che in soli 95 anni di splendore fu capace di imporre un'impressionante omogeneità linguistica, religiosa, amministrativa e culturale alle anarchiche popolazioni che abitavano precedentemente il territorio. Eppure, nel tempo di esistenza del Tawantisuyu si ritrovano in nuce tutte le caratteristiche tipiche del ciclo vitale degli imperi millenari: rafforzamento locale nella regione del Cusco, in Perù; espansione militare inarrestabile e sottomissione delle civiltà vicine e lontane; contemporanea assimilazione e integrazione dei popoli conquistati, che potevano conservare alcuni dei tratti identitari delle rispettive culture assumendo però come proprie la lingua, la religione e il sistema amministrativo incaico; declino causato dalle lotte intestine; invasione da parte di forze esterne e perdita definitiva dell'identità originaria.

L'Impero Incaico fu un regime assoluto e totalitario, in un senso più profondo e più permeante di quanto l'Ancien Régime del Re Sole francese o il Terzo Reich hitleriano siano mai riusciti a incarnare. Elemento cardine per capire la struttura del Tawantisuyu è la figura dell'Inca, il monarca e 'padre' dell'Impero. In una società che considerava Inti, il dio Sole, come la più potente, minacciosa e sacra delle divinità (e fino a qui niente di nuovo), l'Inca incarnava l'intichuri, ovvero il figlio diretto del Sole, e come tale riceveva l'adorazione completa e indiscussa dei suoi sudditi. Quest'adorazione non traeva la sua origine dalla paura, come nelle peggiore dittature repressive contemporanee, o nella fascinazione carismatica per un capo che, per quanto investito di doti messianiche, restava pur sempre un uomo, come nel caso del Fuhrer tedesco o del Grande Compagno Stalin. Piuttosto, l'obbedienza totale era il prodotto della convinzione che l'Inca era Dio, e non un suo semplice messaggero, con tutte le conseguenze escatologiche che un tale pensiero poteva scaturire nelle menti e nei cuori della popolazione.

Detto della natura compiutamente assolutista del regime incaico, resta da spiegare il suo carattere totalitario. E' proprio questa, pensiamo, la caratteristica più interessante dell'Impero e che lo differenzia sostanzialmente, ad esempio, dall'Impero Romano. Ogni decisione politica, nel Tawantisuyu, era pensata all'unico scopo di riprodurre e perpetuare la prosperità dell'Inca e del regime creato per lui. L'ordine sociale e la stabilità erano le preoccupazioni uniche del governo. Il libero arbitrio degli uomini non era contemplato, e il governo si preoccupava di scegliere per i sudditi ogni aspetto della loro vita sociale e lavorativa. Il suddito incaico non decideva che lavoro praticare, ma bensì i compiti gli erano assegnati in base al territorio che occupava e alle risorse presenti in loco. Non sceglieva la propria consorte, che gli era invece assegnata dall'élite religiosa in giornate di 'sposalizi di massa', dove la volontà individuale contava ben poco. Non poteva cambiare città o regione secondo a suo piacimento, ma al contrario era soggetto al trasloco forzoso qualora le autorità lo ritenessero opportuno per ragioni demografiche o di ordine pubblico. Nessuna mobilità sociale era permessa, la società era divisa in rigide classi e gli uomini e le donne non avevano alcuna possibilità di terminare la propria esistenza in una posizione migliore di quella in cui l'avevano cominciata. 

Descritto così, l'Impero Incaico sembrerebbe un regime da incubo, dove l'individuo era schiacciato sotto il peso dell'identificazione collettiva di un popolo nel suo dio-monarca. Perché dunque molti delle popolazioni del Sudamerica vagheggiano oggi per un ritorno ai tempi del Tawantisuyu, al punto che il presidente boliviano Evo Morales ha fatto aggiungere alla bandiera nazionale un'altra che richiama direttamente quella dell'Impero Incaico? E' questo vagheggiamento del passato solo una nostalgia del potere, dell'unità e dell'estensione del Tawantisuyu, un po' come accadde con la Oestalgie provata dai popoli ex-sovietici dopo la caduta del Muro, o sono invece determinate caratteristiche dell'organizzazione sociale inca ad essere esaltate e rimpiante dai popoli latinoamericani? 
Noi propendiamo piuttosto per quest'ultima opzione.

Flag of the Plurinational State of Bolivia taken from http://www.rbvex.it/ameripag/bolivia.html

Gli stessi crismi totalitari che rendevano la vita di un uomo comune nel Tawantisuyu un percorso lineare e grigio fino alla morte, erano anche gli strumenti che consentirono la creazione di un sistema di previdenza sociale, fisica, morale ed economica capace di rendere la vita dei sudditi semplice e libera da qualsivoglia preoccupazione. L'ordine e la stabilità, si è detto, erano gli scopi ultimi del regime incaico. Per raggiungere tali obiettivi, l'organizzazione sociale era orchestrata in modo da prevenire ogni possibile rivolta collettiva, e da limitare al massimo lo scontento individuale. Così, se è vero che l'uomo non poteva scegliere il proprio lavoro, è altrettanto vero che era lo Stato stesso a preoccuparsi di trovare un'occupazione per tutti. La disoccupazione non esisteva, ed era anzi combattuta tenacemente come una pericolosa miccia sociale da spegnere nella maniera più risoluta possibile, e nel caso in cui il singolo cadesse in rovina era sempre lo Stato a ricollocarlo sul 'mercato' e a ridargli mezzi di sussistenza e speranza.

Per la stessa ragione, il lavoro di ogni uomo era pensato per conservarlo come suddito fedele e produttore efficace al servizio delle esigenze dell'Inca, e non per ucciderlo di fatica, di malattia o di stenti. Tutti i lavoratori erano sottoposti a ragionevoli turni di servizio, possedevano giorni di riposo ed erano curati a spese dello Stato. Se è vero che non potevano muoversi liberamente e che al contrario  potevano essere spostati arbitrariamente, è anche vero che lo Stato si preoccupava di non traslocare coattamente degli individui abituati al clima andino nella selva amazzonica, e viceversa.
Tutto ciò, ancora una volta, non nell'ottica di una ricerca delle felicità dell'individuo singolo, ma bensì con l'obiettivo di formare un popolo di sudditi obbedienti e performanti. Sebbene il fine non fosse affatto 'democratico' dunque, come diremmo applicando una lente occidentale e contemporanea, gli effetti pratici positivi che si ripercuotevano sugli individui erano comunque considerevoli e la pace sociale una realtà comprovata. E' proprio a questo che si riferiscono gli odierni abitanti dell'ex-Tawantisuyu quando rievocano i fasti del passato. A una comunità politica forte e compatta, con uno straordinario sistema di welfare sociale e economico.

Nella stessa prospettiva, lo Stato incaico fu capace di garantire pace e sicurezza a tutte le popolazioni all'interno dei suoi  vasti confini, ricorrendo all'uso della violenza solo nel momento della conquista di nuovi territori. Al contrario della civiltà Maya, ad esempio, che in Messico imponeva il suo duro dominio attraverso il terrore e la repressione, l'epoca del Tawantisuyu, almeno durante il suo apogeo, si caratterizzò per una sostanziale assenza di tumulti interni che fanno pensare a quella Pax Romana instaurata in Europa durante l'imperio di Augusto. Il trattamento riservato ai popoli assoggettati era infatti di una lungimiranza che sorprende l'osservatore abituato a pensare alla civiltà incaica come a una primitiva società di sanguinari guerrieri. Fatta salva l'imposizione di assumere la lingua quechua come idioma unico per le comunicazioni ufficiale, e di accettare di venerare il Dio Sole come divinità principale del pantheon religioso, i popoli conquistati avevano il diritto di conservare il proprio idioma locale nella vita comune e le loro divinità autoctone trovavano posto accanto a quelle incaiche nei maggiori templi della capitale del Tawantisuyu, Cusco.

La filosofia alla base di quest'atteggiamento degli Inca era, come la riporta lo storico Pedro Cieza de Leon, "non distruggere e non uccidere città e popoli che di lì a poco sarebbero passati a fare parte dell'Impero", e avrebbero dunque costituito importanti basi strategiche e considerevoli forze-lavoro.
L'esempio più lampante della tendenza descritta è quello della popolazione che abitava l'attuale Ecuador, che fu conquistata verso il 1480 ed arrivò a dare al Tawantisuyu il suo ultimo imperatore inca, Atahualpa.

Tracciare un bilancio di una civilizzazione è un'impresa quantomai ardua, tenuto conto delle innumerevoli sfaccettature che ogni cultura presenta e dell'insensatezza di applicare giudizi morali ad epoche storiche differenti da quella contemporanea. Analizzando gli elementi proposti nel corso di questo articolo, però, risulterà evidente la doppia natura dello Stato incaico nei confronti dei suoi sudditi. Da una parte, si trattava di un regime caratterizzato da una burocrazia disarmante, che non lasciava alcun adito alla creatività individuale e all'autorealizzazione personale, e che si prefiggeva un controllo capillare e terribile sulle attività del singolo. Dall'altra parte, l'Impero incaico riuscì a garantire la prosperità e la tranquillità di milioni di sudditi (tra 8 e 30, secondo gli studi) assicurando a tutti o quasi un lavoro, una casa, una consorte e un progetto di vita che liberava l'individuo da qualsiasi angoscia esistenziale.
Se all'uomo occidentale contemporaneo questo tipo di compromesso sociale potrebbe sembrare comunque inaccettabile vista l'importanza attribuita all'idea, spesso effimera, di libero arbitrio, è importante confrontare l'organizzazione sociale sotto l'Impero Incaico con quella imposta successivamente dai colonizzatori spagnoli.

Ogni evidenza mostra che i conquistadores, lungi dall'importare in America latina le idee cristiane di individualità e volontà personale, si limitarono a sovvertire il sistema sociale incaico nel senso che più si confaceva ai loro interessi industriali. Così, per gli indigeni conquistati non si trattò più di avere turni di lavoro giusti ed adatti alle proprie esigenze, ma piuttosto i lavoratori furano sfruttati come bestie, fino alla morte per sfinimento o malattie. Le donne non acquisirono alcuna indipendenza di scelta, e anzi spesso furono ridotte a schiave del piacere di nobiltà e soldataglia spagnola. La proprietà della terra e di tutte le risorse, che nel Tawantisuyu erano considerate un dono della Pachamama, la Madre Terra, alla collettività intera, furono espropriate integralmente dalla Corona spagnola, che non riconosceva alcun diritto di possesso alla popolazione indigena. Un esempio, tragico e sintomatico, è dato dalle miniere d'argento di Potosì, scoperte dall'indigeno Diego Huallpa e subito espropriate dagli Spagnoli che ne fecero la base dell'economia castigliana (ed europea) per più di tre secoli.

Considerato lo sviluppo storico che si produsse nella ex-società incaica dopo la sua conquista da parte spagnola, appare chiaro dunque come la condizione della gente comune peggiorò drasticamente con l'arrivo degli Europei. Le popolazioni originarie non persero solamente i loro diritti e lo stile di vita cui erano abituate, ma con la con la cancellazione della loro identità scomparve anche la dignità di esseri umani.
Ci appare ora più chiaro come molti dei popoli odierni del Sudamerica rimpiangano il sistema sociale creato dagli Inca, per la prosperità che seppe assicurare alle sue genti e per il forte senso di identificazione nazionale che regalò ai suoi sudditi. In un'epoca, come quella contemporanea, di incertezza diffusa, di frammentazione e di tumulto delle comunità nazionali, lo splendore dei tempi del Tawantisuyu continua ad esercitare un fascino irresistibile sulle menti e i cuori degli eredi degli Inca.