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venerdì 13 settembre 2013

There's Always Room on the Broom


Lasciateci alle spalle gli abissi infernali del Cerro Rico e il clima rigido e spietato di Potosì, ci siamo spostati verso nord raggiungendo Cochabamba, città situata quasi al centro geometrico della Bolivia e diversissima per tanti aspetti dalla capitale da cui provenivamo.

Cocha è famosa tra i boliviani per il suo clima tiepido e soleggiato, ben diverso da quello che caratterizza quasi tutto il resto dello Stato andino. I cittadini della città se ne vantano, citando il proverbio "las golondrinas nunca migran de Cochabamba", ovvero le rondini non lasciano mai Cochabamba. Allo stesso tempo, i boliviani proveniente dal resto della nazione replicano perfidamente che il clima è l'unica cosa bella della città, visto che non vi è un singolo edificio che valga la pena visitare!!

Da parte nostra, pur riconoscendo che la città non offre certo vedute o monumenti indimenticabili, ci siamo fermati quasi 10 giorni a Cochabamba.
Un po' perché qui abbiamo trovato un ospite CouchSurfer  e-c-c-e-z-i-o-n-a-l-e, Fernando, che ci ha trattato veramente come gente di famiglia, e ci ha convinto a restare nella sua bellissima casa ben più dei due-tre giorni che ci eravamo prefissi.
Un po' perché Cochabamba è una metropoli pulsante e multiforme, una delle città più vive di Bolivia, con le tante attività culturali, i suoi mercati indigeni pieni di oggetti meravigliosi e inenarrabili cianfrusaglie, le ONG attive sulle piazze e nelle strade per creare una coscienza critica nelle persone, gli artisti che bloccano il traffico e spargono un po' di colore tra i palazzi seri delle imprese e delle istituzioni..

Il meglio della città l'abbiamo scoperto grazie a Fernando, il nostro ospite boliviano trapiantato da tanti anni a Washington, che appena può se ne scappa da Gringolandia - gli Stati Uniti - e torna in Bolivia a cercare di scoprire il più possibile del meraviglioso patrimonio culturale e naturalistico del suo paese.
Con lui siamo stati ad uno strampalato e fantastico concerto di musica andina psichedelica, che univa alle sonorità indigene delle chiare influenze dei Pink Floyd e di Eric Clapton. Quella serata in un antico teatro coloniale ad ascoltare i los Wari strimpellare il charango e la batteria elettrica resterà uno dei ricordi più affascinanti del nostro soggiorno a Cocha!

Con Fernando siamo andati anche al Mercado central, uno dei più grandi ed autentici dell'America latina, dove il nostro amico ci ha insegnato il secolare rituale della yapita, un altro esempio di quell'intricato meticciato d'identità che contraddistingue la Bolivia. 'Yapa' è una parola quechua che significa 'aggiunta', e che nella lingua degli Inca indicava l'usanza di concludere la negoziazione di un affare chiedendo al proprietario della merce che si stava per acquistare un 'surplus' del prodotto a titolo di cortesia. La tradizione si è conservata fino ad oggi, così le campesinas di Cochabamba sigillano i propri accordi ottenendo come yapita due pomodori extra, o una cipolla, o un po' riso in più. Lo spagnolo boliviano ha assimilato il termine e il concetto a tal punto che molti tra i giovani non ne conoscono nemmeno più l'etimologia né la storia che vi è dietro.


The Witches' Market in Cochabamba - click on the picture to see the entire photogallery

Il Mercado central è interessante soprattutto per la grande zona destinata ai prodotti esoterici, chiamata mercato de las Brujas, ovvero delle Streghe. Qui si compra ogni sorta di pozione, intruglio, erba medica, malocchio verbale o panacea fisica e spirituale. Ogni prodotto cura un malessere diverso, dalla stanchezza fisica al mar d'amore, dall'impotenza ai rovesci lavorativi. I venditori di questa zona, però, non sono semplici commercianti, ma si considero piuttosto veri e propri curanderos, guaritori, così che non amano farsi fotografare o spiegare nei dettagli ai curiosi le virtù di ogni medicamento. Ci pensa Fernando allora a spiegarci ciò che non riusciamo a capire da soli. I mucchietti di foglie e piume che vediamo mantenuti in bilico con deferenza sono le offerte che i boliviani offrono alla Pachamama e agli spiriti della Fortuna e della Famiglia quando cercano benevolenza e buona sorte. 
Ma sono degli strani animali imbalsamati, che quasi sembrano finti nelle loro pose tristi ed avvizzite, che ci lasciano interdetti ed affascinati. Si tratta di feti di lama, che secondo la tradizione devono essere interrati sotto le fondamenta di una nuova casa o dell'impresa che si vuole aprire per far capire agli spiriti maligni che devono girare a largo. Al di là della facile ripulsa del visitatore occidentale moralista, anche applicando tutti i filtri culturali verso un'usanza che non ci appartiene e che non possiamo giudicare resta la forte impressione lasciata da questi piccoli cadaveri scheletrici dal collo smisurato e le orbite vuote. Per non parlare del grande rammarico provocato dal dato che i lama stanno ormai scomparendo dalle Ande per la caccia indiscriminata di cui sono vittime anche a scopo cerimoniale.

Durante il nostro soggiorno a Cocha, Fernando ci ha consigliato due paesini sperduti dell'altipiano centrale boliviano che secondo lui meritavano una visita in giornata partendo dalla città. A dirla tutta, forse il nostro amico si è fatto un po' trascinare dall'entuasiasmo quando ci ha spinto a recarci a Totora. Si tratta in effetti di un bel paesino coloniale che ha sofferto un irreparabile abbandono a partire del 1900. Un problema per l'economia del posto, ma una fortuna per i visitatori che possono apprezzare un villaggio arrivato direttamente dal 18esimo secolo, senza nessuno sconvolgimento edilizio portato dall'urbanizzazione e dal cambiamento del paesaggio. Tuttavia, le quasi otto ore di pullman (andate e ritorno) su strade per lo più non asfaltate ci sono parse un motivo sufficiente per attenderci qualcosa di più delle romantiche mura diroccate di un villaggio di agricoltori!


A lonely campesina at the Totora main square - clicl on the picture to see the entire photogallery

Ci è rimasto invece più impresso il villaggio di Tarata, che abbiamo visitato sotto l'abile guida di Fernando ed in compagnia di sua cugina Rosa. Anch'essa un villaggio coloniale, anch'essa solitaria e decadente nella sua scrostata bellezza spagnoleggiante, Tarata possiede una bellissima piazza centrale ornata di alberi di palme (a 2500 metri di altitudine!) sulla quale troneggia la massiccia cattedrale neoclassica di San Pedro. Al centro della piazza si erge anche il monumento al charango, il chitarrino a dieci corde che è lo strumento nazionale della Bolivia e che è stato inventato proprio in questa minuscola cittadina durante il 18esimo secolo.

Ma la visita a Tarata è stata soprattutto l'occasione di scoprire il vasto convento francescano che si innalza su un'altura sopra la città, dove un gioviale monaco basco che sembrava Babbo Natale ci ha fatto gli onori di casa portandoci a zonzo per i giardini e le sale. A quanto pare, il monastero fu fondato nel 1792 come base missionaria per i monaci, e nel tempo fu fornito di una biblioteca che conta oggi più di 8000 volumi. La splendida architettura mestiza, i grandi spazi aperti tenuti alla perfezione, l'atmosfera di ordine e laboriosità che si respira tra le mura ha provocato su di noi un effetto piuttosto straniante rispetto all'aria di sonnecchioso abbandono del resto della cittadina.

Certo non potevamo lasciare Tarata senza aver prima visitato ciò che resta della casa dell'antico presidente boliviano Mariano Melgarejo, originario proprio di questo villaggio. L'abitazione è ormai ridotta a un rudere, ma entrarvi dentro è stata l'occasione per apprendere grazie a Fernando la storia di quest'uomo terribile e strampalato.
Melgarejo è il classico esempio di dittatore bifolco, sanguinario e folle che funestò lo stato andino dopo l'indipendenza della Bolivia dalla Spagna. In quell'epoca di vuoti di potere e passioni violente spesso a farla da padroni erano i militari che si accaparravano il potere tramite colpi di Stato e continue prove di crudeltà. Melgarejo fu un perfetto esemplare di uomo di tale fatta, ed è ricordato tra i boliviani per la sua avidità, per l'assoluta ignoranza politica e per il suo alcolismo cronico. Assai peggiori dei suoi difetti personali furono però le decisioni che prese per conto dello Stato. Cedette infatti una gigantesca parte del territorio boliviano orientale - su cui vivevano molte popolazioni indigene - al Brasile per una cifra irrisoria, concesse a svariate imprese cilene di sfruttamento minerario i diritti per l'esportazione e la lavorazione delle materie prime nazionali e soprattutto negò ed abusò dei diritti più elementari delle popolazioni originarie quechua ed aymara rafforzando la dominazione elitaria di bianchi e mestizos.


An ancient colonial building in Tarata - click on the picture to see the entire photogallery

La presidenza di Melgarejo, che durò dal 1864 al 1871 quando un altro colpo di Stato mise finalmente un termine al suo dominio assoluto - e alla sua stessa vita - è ricordata con tale odio da parte dei cittadini che ancora oggi circolano degli episodi che hanno i contorni della leggenda sulla vita del dittatore.
Si dice così che alla base della sua decisione di firmare l'infame trattato di Ayacucho, con cui la Bolivia cedeva inopinatamente parte del suo territorio al Brasile, vi fosse il dono di un bellissimo cavallo bianco che un ministro brasiliano fece a Melgarejo. Questi, come ringraziamento, prese una mappa della Bolivia e vi disegnò sopra una testa di cavallo dicendo "Io ricambio il dono offrendovi questa parte della nazione".
In un'altra occasione, Melgarejo sarebbe venuto a conoscenza dell'invasione della Francia da parte della Germania, nel 1870, ed essendo un fanatico del can-can avrebbe deciso di inviare le sue truppe a difendere strenuamente Parigi. Quando un generale gli fece notare che il suo ordine era piuttosto arduo da eseguire, e che le truppe avrebbero dovuto attraversare l'Oceano Atlantico, il dittatore adirato rispose: "Non dica corbellerie, incompetente! Prenderemo una scorciatoia per i boschi!"

Con questo racconto tragicomico abbiamo quindi lasciato Tarata e siamo tornati nella città di Cochabamba. Da lì, abbiamo fatto ancora un'altra splendida escursione al Parco dei dinosauri di Torotoro, che sarà l'oggetto del prossimo articolo del blog.

lunedì 1 luglio 2013

Lost in Transition


Dopo le fatiche del Deserto di Sale, abbiamo deciso di concederci un po' di riposo a Sucre, la capitale della nazione boliviana, città d'arte coloniale e luogo dal clima dolce e temperato, grazie all'altitudine notevolmente più bassa rispetto alle fredde terre dell'Altiplano.
Nella settimana passata in città abbiamo scattato poche foto, non perché non vi fossero siti d'interesse ma piuttosto perché invece di girare come trottole con la macchina in mano abbiamo preferito adattarci ai ritmi lenti della città, sorseggiando succhi di frutta spremuti per strada per soli 3-4 Bolivianos (0.35 centesimi di Euro!), mangiando ricche macedonie di frutti esotici al mercato o stendendoci al sole nelle belle piazze alberate del centro.

Un luogo ci ha comunque colpito più degli altri, e non potevamo esimerci dal raccontarlo attraverso le immagini. E' il Convento di San Filippo Neri, costruito nel 1795 ed inizialmente utilizzato come  seminario per l'iniziazione dei futuri monaci alla carriera religiosa. Oggi è un collegio religioso per ragazze, in cui si entra dal cortile per poi visitare le varie stanze, la biblioteca, la cripta. Ma è la salita sul tetto che ci ha lasciato davvero senza parole. Le scalette a chiocciola ci hanno proiettato su una terrazza bianchissima dal quale abbiamo goduto di una vista eccezionale sugli edifici coloniali altrettanto bianchi della città. Il silenzio che avvolgeva il luogo, i sedili in pietra scolpiti per permettere ai monaci di riflettere nella quiete, le campane che si stagliavano nei cieli blu ci hanno fatto passare un paio d'ore di pace e riempito l'anima di vedute meravigliose.

The roofs of the San Felipe Neri convent in Sucre, Bolivia - click on the picture to see the entire photogallery

Ma il soggiorno a Sucre è stato per noi soprattutto segnato dal trekking che abbiamo fatto nella Cordigliera dei Frati, un tratto particolare delle maestose Ande.
Nonostante le numerose agenzie che proponevano escursioni più o meno costose e organizzate, abbiamo come al solito deciso di fare tutto da soli, confortati dalla presenza di tre fantastici compagni di viaggio: Noam, Luud e Pieter, tre ragazzi incontrati per caso in città e che decisero da un momento all'altro di imbarcarsi con noi in questa avventura.

L'escursione è nata con un viaggio paradossale su una camionetta stipata di gente dove siamo riusciti tutti e quattro a montare quasi per miracolo. Pochi attimi prima della partenza, poi, tutti i contadini che si trovavano sulla carretta si sono pigiati nell'estremità della carretta verso l'abitacolo lasciandoci interdetti a guardarci negli occhi. La spiegazione di questo loro comportamento si è palesata qualche istante dopo, quando le portiere sul retro si sono spalancate e quattro tori (!?) hanno fatto il loro ingresso nel veicolo già sovraffollato, sistemandosi letteralmente accanto a noi. All'inizio eravamo tutti un po' traumatizzati, vista anche la lunghezza delle corna dei tori e l'instabilità del pavimento della camionetta, che più volte causò lo sdrucciolìo degli animali verso di noi. Tuttavia con il passare del tempo, i sorrisi timidi che ci regalavano i bambini e le vecchie campesine accanto a noi, le birre che ci eravamo portati e le chiacchiere che scambiavamo contribuirono ad alleggerire la tensione e dopo tre ore di viaggio faticoso arrivammo infine a destinazione.


Hats off to the bulls! - video

La prima giornata di cammino nella Cordigliera si è rivelata facile e gradevolissima soprattutto perché il sentiero, un'antica strada costruita dagli Incas per permettere ai messaggeri di consegnare la posta da un lato all'altro dell'Impero, era tutto in discesa. Abbiamo così approfittato per conversare con i nostri tre compagni di viaggio e per immergerci poco a poco nello scenario imponente delle Ande, con i suoi colori cangianti e i pochissimi abitanti al lavoro in abiti tradizionali.
Ad ogni modo, il sentiero si rivelò più lungo del previsto e giungemmo alla meta che ci eravamo prefissati per la giornata quando già faceva buio. In più, non c'era nessuno in giro e per qualche minuto tememmo di dover dormire in un riparo di fortuna, quando una signora si fece viva e ci condusse in una struttura straordinaria, una specie di trullo alla boliviana con vetri colorati e caminetto che ci permise di riposare per bene dopo una giornata di peripezie.

Mighty sights from the Inca Road in the middle of the Cordillera de los Frailes  click on the picture to see the entire photogallery

Il giorno successivo è stato è stato molto diverso dal primo e la notte seguente ci ha visti, stremati ed ancora spaventati, parlare e riflettere su come la nostra scelta di viaggiare sempre in maniera indipendente comporti a volte dei rischi considerevoli.
Questi i fatti: partiti di buon ora la mattina, scalammo un monte senza problemi e a mezzogiorno eravamo in vetta, dominando la Cordigliera e i suoi immensi spazi. Tuttavia, questa è una zona completamente deserta, dove non passa un turista e non c'è un'indicazione che possa suggerire il sentiero da prendere per recarsi in qualunque luogo. Tutto ciò che possedevamo noi era un mappa dell'area che avevamo preso a Sucre, e che si rivelò in breve del tutto inadeguata vista l'enormità della zona che ci ritrovavamo a percorrere e la totale assenza di qualsiasi segnalazione.

Così, camminammo a caso fino al pomeriggio, quando la fatica iniziò a farsi sentire, le scorte di acqua ad assottigliarsi minacciosamente e soprattutto la luce ad affievolirsi poco a poco. A quel punto, eravamo troppo lontani dal rifugio della notte precedente per potervi tornare, e non avevamo idea di quale altro punto potessimo raggiungere per dormire al coperto. La prospettiva di passare la notte all'addiaccio ci pareva così orribile che iniziammo a camminare ancora più veloci e angosciati, quando finalmente ci imbattemmo in una casetta e bussammo alla porta.
Un ragazzo ne uscì e si offrì di accompagnarci a un'abitazione "poco lontana" dove avremmo potuto mangiare e trovare riparo. In realtà, si trattò di una camminata di un'ora e passa, di certo una delle più spaventose della nostra vita. A quanto pare ci eravamo allontanati parecchio dalla retta via, quindi la nostra 'guida' suggerì di tagliare le montagne per via trasversale in modo da raggiungere la destinazione prima che facesse buio pesto. Sì, ma questo significava camminare, o più spesso lasciarsi scivolare, sui pendii scoscesi e sconnessi delle Ande, con strapiombi a picco per centinaia di metri!
Alla fine, arrivammo comunque sani e salvi alla dimora del nostro futuro ospite, un personaggio eccezionale per cui vale la pena di spendere due parole. Quest'uomo, il cui nome in quechua è ormai sfumato nelle nostre memorie, ha vissuto tutta la sua vita nella Cordigliera dei Frati apprendendo e assimilando le tradizioni dei padri. Con la sua splendida famiglia alleva in questo sperduto angolo di mondo qualche lama e altri animali, coltiva la terra fredda, suona gli strumenti folklorici delle tradizioni indigene e... si dedica alla paleontologia!

Appena arrivati, il nostro ospite ci sistemò nella camerata dove avremmo passato la notte (che pagammo 5 Bolivianos a testa, ossia 0.50 Euro!) e ci invitò intorno al tavolo dove sua moglie si mise a prepararci una cena tanto umile quanto ambita dalle nostre bocche affamate da una giornata di camminata e digiuno. Lì, il nostro nuovo amico imbracciò il charango, lo strumento nazionale boliviano (una specie di ukulele o piccola chitarrina), cui mancavano persino tre corde, e si mise a strimpellare per tutta la notte delle canzoni in lingua quechua che, ci disse, parlavano di amori mitologici e guerre spietate e alcool e sogni che erano premonizioni


It don't mean a thing, if it ain't got that swing ! - the video is very dak so just enjoy the music

Una volta smesso di suonare, il nostro ospite ci spiegò cosa intendeva quando diceva di essere 'paleontologo'. Nel 1992 in seguito alla lettura di un articolo che parlava dei dinosauri in Sudamerica, si rese conto che la Cordigliera dei Frati era nella Preistoria un luogo molto popolato da questi rettili, e decise di mettersi all'opera. Con lo spirito di osservazione tipico di quegli uomini che crescono a contatto diretto con la natura individuò delle zone plausibili per cominciare gli scavi, e in breve tempo portò alla luce decine e decine di impronte di dinosauri di molte specie diverse!
Estasiati dal racconto, ma distrutti dalla fatica andammo infine a letto, passando una notte di freddo artico ma di grande serenità.

Il giorno dopo il nostro ospite ci portò a visitare i suoi scavi. E' stato impressionante vedere così tante impronte di carnivori ed erbivori a così poca distanza, a suggerire che quello dei dinosauri era un ecosistema con i suoi equilibri proprio come la savana o la foresta amazzonica, ed immaginarsi il tirannosauro o il velociraptor vivessero isolati per entrare in contatto con gli altri animali solo negli episodi di caccia è puro folklore da Jurassic Park.


Our awesome host posing with his beloved charango - click on the picture to see the entire photogallery

Lasciato il nostro ospite con abbracci e ringraziamenti, il terzo giorno di cammino è filato via liscio e tranquillo perché il sentiero era di nuovo in discesa, e soprattutto perché abbiamo incontrato un altro gruppo di ragazzi che avanzavano spediti nella nostra stessa direzione. Visti gli eventi del giorno prima, abbiamo deciso di accodarci. Tuttavia, un acquazzone torrenziale ha ricordato a tutti che in America latina è pur sempre la stagione delle piogge, e alla fine della giornata, dopo una decina di ore di cammino per uscire dal centro della Cordigliera, eravamo zuppi e distrutti. La serata passò comunque in allegria e amicizia con i nostri tre compagni di viaggio in un ostello, tra chiacchiere e rievocazioni degli avventurosi eventi degli ultimi giorni. Il giorno dopo prendemmo il bus per tornare a casa, che in sei interminabili ore passate in piedi ci riportò nella città di Sucre.

Il bilancio di quest'esperienza è stato incredibile. Paesaggi mozzafiato, clima impervio, fatica, un po' di angoscia e la sensazione di essere liberi e al centro del mondo sono sensazioni  alternatesi e spesso sovrappostesi nei nostri cuori. Di certo non dimenticheremo mai la Cordillera de los Frailes, centro ideale dell'incontro tra forza della Natura selvaggia e desiderio di conoscenza dell'Uomo.